Terza parte

di Antonio Maddamma

La dinastia roveresca. Un ritratto d’insieme nel quadro dell’Immacolata e astanti nella chiesa della Maddalena di Senigallia

La chiesa di Santa Maria Maddalena, compatrona della città di Senigallia, sia per l’antichità del sito, che per la venerazione del reliquie della santa penitente che diede origine alla famosa Fiera, ebbe nei secoli  una sorta di primazia sulle altre chiese cittadine. Riedificata nel 1480 da Giovanni della Rovere, signore di Senigallia, nipote di papa Sisto IV, la chiesa fu affidata nel 1491 dal cardinale Marco Vigerio della Rovere, vescovo di Senigallia, con il beneplacito apostolico di papa Innocenzo VIII, ai minori conventuali. L’attuale chiesa, costruita fra il 1751 e il 1756 al posto del precedente complesso, che accoglie il sepolcro dell’illustre matematico Giulio Carlo Fagnani, ha fra le sue cappelle gentilizie quella della famiglia Mastai-Ferretti, il cui discendente Giovanni Maria fu pontefice con il nome di Pio IX. 

Non sarà un caso che questa chiesa, singolarmente cara al pontefice proclamatore del dogma dell’Immacolata Concezione, abbia nella seconda cappella a sinistra proprio un quadro dell'”Immacolata e astanti”, opera dei primi anni del Seicento, forse di Antonio del Giudice o di Antonio Cimatori detto il Visaccio, sicuramente di un baroccesco.  

Il discorso intorno alla Concezione della Vergine, la cui rappresentazione domina il quadro, che entrò negli atti conciliari soprattutto ad opera dei francescani, ordine al quale il citato cardinale Marco Vigerio I della Rovere apparteneva, assolse altresì all’intenzione del committente, Francesco Maria II della Rovere, ultima duca di Urbino, di concentrare in un unico quadro la raffigurazione della città di Senigallia e del suo impianto politico-amministrativo, largamente rappresentato dai Della Rovere: a sinistra i detentori del potere ecclesiastico, a destra quelli del potere civile.

Una lettura corretta del quadro andrebbe tolta da un colloquio ideale fra le due schiere di astanti, rappresentati a diversa altezza per indubbie ragioni cronologiche, ma permette quantomeno di cogliere, intorno alla figura di un uomo che reca il gonfalone della città di Senigallia – al quale speriamo di poter dare in futuro un nome  – un ritratto d’insieme di tutta la genealogia dei duchi rovereschi.  

Francesco Maria I della Rovere (Tiziano Vecellio) a. 1536-1538.jpg

Il primo, a partire dal centro, con le mani parte in gesto di offerta, è Francesco Maria I  (1490-1538). Il volto è, come nel ritratto di Tiziano Vecellio (fig. 1), largamente stempiato, quale appare nei suoi ultimi anni, con la barba nera tonda e breve, naso lungo ma non schiacciato e  leggero prognatismo; il duca indossa un saione nero orlato in alto da un collaretto. 

Guidubaldo II della Rovere (Angelo Bronzino) a. 1532.jpg

815px-Titian_(Tiziano_Vecellio)_-_Portrait_of_Guidobaldo_II_della_Rovere,_Duke_of_Urbino_-_1956.7.1_-_Yale_University_Art_Gallery.jpg

Dietro di lui fa capolino il figlio Guidubaldo II (1514-1574): il volto è tondo, ha una folta barba castana, come nel ritratto di Agnolo Bronzino (fig. 2), quando però il duca è nel pieno della giovinezza, o in quello di Tiziano Vecellio databile al 1545 (fig.3).

Francesco Maria II della Rovere  - Scuola Marchigiana.jpg

In alto a destra troviamo Francesco Maria II (1549-1631), committente del quadro, rappresentato nella posa dell’orante: è qui nella sua maturità, con viso allungato e barba nera, naso lungo ma non schiacciato, come in un ritratto di scuola baroccesca databile al 1585 (fig. 4); indossa un saione nero come quello del nonno, che è qui però orlato in alto da un’ampia gorgiera.

Più in basso, sotto il gonfalone della città, è Federico Ubaldo (1605-1623): il volto è quale appare nel ritratto di Claudio Ridolfi del 1610 (fig. 5), ha capelli castani corti e incarnato roseo, e indossa un farsetto orlato in alto da una gorgiera simile a quella del padre. 

Federico Ubaldo della Rovere (Claudio_Ridolfi) età 5 anni.jpg

Se l’opinione dell’Anselmi che lo identifica con un dipinto eseguito nel 1599 è corretta, e l’opera appare comunque eseguita prima della morte del vescovo Ridolfi, avvenuta nel 1601, si può dunque condividere l’opinione di  Benedetta Montevecchi, che immagina che la figura di Federico Ubaldo, nato solo nel 1605, giovane erede del ducato e della signoria di Senigallia sia stata aggiunta in un secondo tempo. Ma se così fosse, l’intento sarebbe ancora una volta di racchiudere in un ritratto d’insieme, gesto politico e devozionale,  la dinastia che per più di secolo aveva retto le sorti del città.

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