La moda d’essere magre e sofisticate, la propaganda di diete e farmaci dimagranti che il nostro ambiente culturale richiede, rifiuta la ragazza grassa e l’obesità, che non è più come una volta segno di distinzione, anche se il nostro ambiente è caratterizzato dalla sovrabbondanza alimentare. Nella nostra cultura la donna soffre per l’ambiguità del ruolo che deve vivere; nella crisi di passaggio da quello tradizionalmente passivo della femmina di cultura agricolo patriarcale, a quello polivalente e complesso, con caratteristiche femminili e virili di leadership e sottomissioni d’attività e di passività. Il ruolo ancora un po’ confuso di matriarcato, in un clima dove risuonano le vecchie note del tradizionale patriarcato, dove le inibizioni sessuali sono ancora vive, nonostante l’indefinitezza marcata delle caratteristiche psicologiche dei sessi, spaventa l’adolescente che accetta la passività. Invece di diventare catatonica e depressa, la giovane diventa anoressica. Per questa patologia l’ambiente familiare ha una grande importanza. In genere la famiglia è afflitta da intensi conflitti neurotici che caratterizzano la nostra società. I genitori, quasi sempre, mancano di in valido rapporto affettivo anche se sembrano totalmente dediti al lavoro, alla casa, ligi al dovere, preoccupati dalle apparenze esterne, spesso puritani, bigotti, convenzionali, disturbati da tensioni tendenti al malumore e irritabili, propensi a discussioni interminabili per futili argomenti; essi sottendono un’aggressività nascosta che ha bisogno di sfogo. Nella famiglia dell’anoressica la madre è una figura dominante, il padre è spesso emotivamente assente, svalutato segretamente e apertamente dalla moglie che si atteggia a vittima ed è incapace di ribellarsi. E’ una severa custode del focolare domestico ma non ha accettato interiormente il ruolo di moglie e amante passiva; sente il bisogno d’affermazioni anche indirette che possono essere soddisfatte dal comportamento della figlia che diviene la bambina modello di una madre invadente, intollerante ed ipercritica. Ciò impedisce, alla giovane, la maturazione delle esperienze percettive-emotive perciò passa bruscamente dalla fase della pubertà a quella dell’adolescenza dopo un lungo periodo di latenza privo d’esperienze proprie e disidentificazione dalle persone invadenti, carente della consapevolezza di se stessa. Il ruolo di donna è così assunto in pubertà senza fasi intermedie e in modo improvviso. Spesso nella famiglia dell’anoressica la madre si preoccupa troppo dell’alimentazione che faticosamente prepara come un obbligo privo di gioia e i pasti si consumano in un’atmosfera di reciproca critica e malumore. Il pranzo non è un momento di ritrovo piacevole, sereno ma un evento obbligato e un’occasione per discussioni spiacevoli e recriminazioni antipatiche. Per l’anoressica il cibo non è negativo in sé, a differenza d’altre malattie mentali, ma è l’atto di nutrirsi che è percepito come pericoloso e angosciante. Due sono le ipotesi attendibili per capire questo disturbo legato all’immagine corporea che, nella prima è conesso allo squilibrio dell’interazione tra il bambino e il suo ambiente, quando viene a mancare una convalida all’iniziativa psicofisica che porta al senso di autonomia o, nell’altra, tale disturbo può dipendere dalla mancanza di manifestazioni di tenerezza fisica da parte della madre. Con gli stimoli esterni della tenerezza il bambino impara a godere del proprio corpo. I presupposti fondamentali dello sviluppo umano sono il bisogno di soddisfazione, sicurezza e il sentimento del potere. Questi sono collegati tra loro per stabilire e mantenere la possibilità di sopravvivenza e affermazione dell’uomo come essere sociale. Nella personalità matura sono in armonico dinamismo e sempre uniti tra loro; nell’anoressica questi fattori si scindono e si dissociano. Il rifiuto della soddisfazione orale, rinnegando il bisogno alimentare, avviene per acquisire sicurezza e potere personale poiché la soddisfazione orale è vissuta come incompatibile con il bisogno di sicurezza e soprattutto con il bisogno di sentirsi autonomi e potenti. Nell’anoressica vi è un paralizzante senso di inefficienza relativa ad ogni attività ed inoltre ogni cosa è fatta non per desiderio ma per dovere. L’io dell’anoressica è debole e deformato, manca di esperienza di autonomia e sente il proprio corpo come unica causa della sua sofferenza e colpevolizzandolo lo punisce, lottando contro le pretese corporee cercando il potere nel sottopeso che esprime l’olocausto della soddisfazione orale, necessità biologica per ottenere sicurezza e potere. La soddisfazione orale inaccettabile è rinnegata e come tutti i bisogni rinnegati, entrano nell’ambivalenza digiuno-voracità. Quindi l’anoressia e la bulimia sono le due facce della stessa medaglia. Come ricerca della libertà, il rifiuto del cibo rappresenta la dimostrazione dell’unica autonomia possibile e la negazione degli istinti orali, sul piano idealistico, è la suprema delle liberazioni e l’estrema protesa del più debole alle coercizioni altrui.

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