Ricordiamo oggi, a cinque anni dalla sua scomparsa, il 2 febbraio 2012, Ezio Antognoni.

Nel 1949 ha dato vita ad una società artigiana per produrre utensili per la lavorazione del legno, OMAS di Senigallia. Fondatore del GIS (Gruppo Imprenditori Senigalliesi); una luminosa presenza nell’attività industriale territoriale, ma anche uomo di squisita sensibilità civile e sociale: fu ripetutamente consigliere comunale, assessore negli anni Cinquanta e per un anno Sindaco, in sostituzione di Alberto Zavatti.

Lo ricordiamo con una intervista – probabilmente la sua ultima – rilasciata alla nostra redazione per l’Eco cartaceo, nel maggio 2009. L’argomento principe era la crisi e lui, con umanità e conoscenza, ci parlò di quel che resta di un sogno. Parole profetiche, consigli ancora disattesi ed eccesso di ottimismo che, chi lo sa, se lo avrebbe ancora.

Ezio Antognoni

Quel che resta di un sogno

Il sociologo tedesco Ralf Dahrendorf  scrisse un articolo dal titolo “Dopo la crisi: il mondo che verrà ha radici antiche”. I sottotitoli anticipavano con buona sintesi la sua ricetta: “Mentalità da cambiare. Va riportato al centro delle decisioni l’interesse degli stakeholders, dimenticato negli anni in cui i dirigenti hanno guardato solo ai profitti immediati”. “Con questa parola si intendono tutti coloro che magari non hanno delle partecipazioni in un’impresa, ovvero che non sono shareholders, ma hanno un interesse esistenziale alla sopravvivenza e al successo dell’azienda: i fornitori e i clienti, in primo luogo, ma anche e soprattutto gli abitanti delle comunità in cui sono attive le imprese. Per essi non è tanto importante la cogestione quanto il riconoscimento dei loro interessi da parte del management, e ciò a sua volta presuppone che sappiano guardare oltre il loro naso anziché tenere sott’occhio solo i profitti e i bonus del prossimo trimestre”

Riallacciamoci agli stakeolders per parlare di responsabilità sociale. Oggi, è diventato quasi uno slogan, un’ulteriore leva di marketing per catturare nuovi clienti; le parole, i concetti, rischiano di svuotarsi del loro significato, usati così ripetitivamente da non permettere più di riconoscerne lo spessore. L’etimologia che non si propone come un vezzo per linguisti ha il pregio di richiamare l’attenzione sull’origine dei concetti e soprattutto sulle conseguenze pratiche ed etiche che ne possono derivare. Il termine responsabilità deriva dal latino responsare, ovvero “rispondere”, e quindi ci richiama immediatamente a un processo dialogico: a chi devo rispondere? Di che cosa devo rispondere? Su basi etimologiche, l’etica ha una duplice appartenenza: “appartenersi” e “appartenere a”; siamo individui, al contempo responsabili della nostra vita e di quella degli altri, impegnati nella propria realizzazione ma inseriti, debitori nei confronti della comunità. Il decidere quale sarà “il monumento della propria esistenza”, per citare le parole di Vicktor Frankl (fondatore della logoterapia), significa essere liberi, proprio nell’accezione della cultura greca, laddove il “migliore”, l’aristos, era proprio chi perseguiva un fine etico e morale che lo elevava ben al di sopra delle regole sociali, intento a non cercare le scappatoie “legali” che non lo esponessero alla condanna sociale, ma spinto da un rigore intellettuale, pragmatico ed etico che le trascendeva. E’ libero, dunque, chi è capace di automotivarsi per ergersi come modello, per fare di più del richiesto, per distinguersi, per proporre nuove visioni di mondo. Di che cosa occorre dunque rispondere? Della propria vita a se stessi e agli altri, del proprio benessere e di quello che ci sta intorno. I vecchi leader questo lo sapevano bene.

Ezio Antognoni, esperto capitano, fondatore della Omas e da sempre presente con intelligenza e sensibilità nel forum della nostra città, sa bene che cosa significhi responsabilità e la storia della sua Impresa sta a dimostrarlo. Un leader vecchio stampo che di teoria e pratica, cultura e fare, riflessione e critica, cuore e passione ha fatto principi su cui costruire la propria “fabbrica”. Di molte parole, come solo chi ha alle spalle un’esperienza lavorativa cristallina sa essere, ci ha aperto la porta, dimostrandosi fucina di idee e di pratiche, di proposte e di dialogo. Per prima cosa, appunto, ci ha parlato della comunità.

“Il territorio è molto importante ai fini produttivi. E’ limitante parlare solo di Senigallia, ma vi è un comprensorio ben più vasto, da Montemarciano fino alle sponde del Cesano, delimitato da due caselli autostradali. Quello di Marotta ha già dato un importante contributo, pensiamo all’immenso settore della cantieristica che si è sviluppato intorno. E Senigallia è chiamata a svolgere tutta la sua funzione di città principe, ma dovrà adeguarsi”. 

In che modo?

“Per prima cosa manca un’efficiente stazione di bus. Salvaguardare l’ambiente attraverso servizi di trasporto collettivo che portino i lavoratori alla fabbrica consentendo di non inquinare maggiormente con mezzi di trasporto individuali è una proposta. Secondo punto: potenziare l’attività sanitaria. Tutte le zone del comprensorio fanno capo all’ospedale di Senigallia. L’ospedale ha un indotto, bisogna stare attenti che sia più accogliente possibile. Ancora manca un’adeguata sala d’aspetto, se possibile direttamente collegata ad un ampio parcheggio. Potrebbe essere ricostruito, anche su due piani, approfittando della pendenza del terreno”. 

Entrando nello specifico a parlare delle attività produttive del territorio…

“Il livello è molto basso, salvo casi eccezionali. Si punta a produrre oggetti di largo consumo a prezzi bassi, ma qui i paesi orientali, Cina in testa, sono concorrenti che non si possono più combattere. O si eleva la qualità o non c’è niente da fare. E’ fondamentale una produzione di qualità più elevata, solo così potremo salvarci. A Senigallia ci sono pochissime aziende che hanno una produzione di alto livello. Penso alla CIARE con Giannini, alla OMCE al Brunetto di Rocchetti che produce fusti metallici, a CIACCI con i suoi letti in ferro di qualità. Per elevare la qualità del prodotto è necessario avere personale all’altezza e qui entrano in gioco gli Istituti Professionali. Porto sempre come esempio da seguire la Scuola Alberghiera, l’Istituto Panzini  vedrei così anche l’Ipsia, l’Istituto Padovano, per creare personale sufficiente e preparato. La struttura piramidale di un’azienda poggia le basi sugli operai che devono essere specializzati, sui dipendenti e via via fino ai dirigenti. Si rischia di ritrovarci senza classi dirigenti all’altezza”.

E Omas?

“Certo la crisi si è sentita, sono diminuiti gli ordini. Il lavoro si è ridotto per quantità, chi prima comprava dieci pezzi, ora ne compra due, ma ci difendiamo ancora”. 

Fate ancora il lavoro di meccanica fine anche per altri?

“Per quanto piccoli esportiamo il 70% del prodotto, pur tuttavia siamo in crisi. Facciamo un “qualche cosa” di cui hanno bisogno un po’ tutti, ma non sono in molti a farlo. Abbiamo la concorrenza come in tutti i settori, ma è sopportabile. In questo momento altri Paesi sono più in crisi di noi, Irlanda ad esempio. Lavoriamo discretamente in Nord Africa, Tunisia, Marocco che ancora sono consumatori di utensili economici”. 

Un suggerimento per le nuove generazioni. Come si fa a sapere in che genere di lavoro ci si può impegnare? Chi fa le ricerche di mercato? Da noi non c’è un distretto…

“E’ una fortuna che non ci sia un distretto. Se pensiamo a tutte le industrie calzaturiere che ci sono nel sud delle Marche e il settore entra in crisi, è un dramma per tutti. E’ sicuramente più positivo se riusciamo a dar vita a tante attività differenti. I piccoli con grandi idee fanno cose straordinarie; un esempio: un industriale austriaco che produce macchine agricole di alto livello tecnologico fa fare una tipologia di seminatrice all’azienda LA ROCCA di Ostra Vetere. Ribadisco: solo se si riesce ad elevare le capacità professionali, si può emergere”. 

Esistono ancora le condizioni per emergere?

“Per me sì. Sarà magari un eccesso di ottimismo. Sarà che vengo da un’altra generazione…”

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