Ciò che resta alle donne nella Chiesa degli uomini

Spetta alle donne condurre il cammino di liberazione

 

donna sacerdote
la copertina del libro

 

Vittorio Mencucci

Donna sacerdote? Ma con quale Chiesa?

ed. Il Pozzo di Giacobbe

Trapani, 2017

 

 

Il libro. Alla seconda presentazione del bel libro di Vittorio Mencucci Donna sacerdote? Ma con quale Chiesa?, alla biblioteca Orciari di Marzocca, poca gente ma molto interessata e tenace. Giulio Moraca introduce l’ampio racconto in molta parte autobiografico dell’autore e Giuseppe Di Mauro spiega le sue letture.

Si notano subito due assenze: quella di voci femminili nel libro e quella di voci femminili sul tema in generale. In sala tre donne, decise però a esserci in quanto donne.

Del resto, questo libro che si presenta con una doppia domanda orienta fortemente il testo sulla seconda – quale Chiesa? – lasciando a un solo capitolo – “Intanto le donne” – il compito di illustrare la condizione delle donne di fronte alla Chiesa. L’assenza di donne da un libro che parla di sacerdozio delle donne non è tuttavia da intendersi come trascuratezza o come prevaricazione del pensiero femminile quasi che non si volesse accoglierne la parola e fossero le donne solo l’oggetto di una riflessione che le riguarda, ma solo come elegante deferenza dell’autore verso il genere del quale formazione e status sacerdotale hanno interdetto l’attrazione.

Cherchez la femme. Il racconto di Vittorio Mencucci copre un arco che attraversa il cielo della storia a partire dal III secolo dopo Cristo fino al presente con visione su un possibile futuro. È infatti a partire  dall’affermazione politica del Cristianesimo nella Roma imperiale che la voce femminile nella Chiesa si inabissa fino a scomparire. Il libro non si occupa, però, del tratto che da Cristo conduce fino a quella stabile sopraffazione che è restata compatta ed escludente fino al giorno d’oggi. Eppure non fu senza contrasto che la gerarchizzazione maschile della società cristiana fu affermata, e non senza una vivace e qualitativa opposizione della parte femminile nel cristianesimo.

Maria nell’immagine della Pentecoste. L’immagine – richiamata dall’autore – del cenacolo degli Apostoli che ricevono lo Spirito Santo in forma di fiammella sul capo, nel giorno della Pentecoste, è quella di un gruppo di uomini che si raccolgono attorno a una donna, Maria, la madre di Gesù, anch’essa con la sua brava fiammella sulla testa. Per quanto raffigurata in posizione eminente, nella postura focale di chi accoglie e dispone o in quella dell’esercizio di un magistero, non si trovano negli Atti degli Apostoli passaggi in cui si accenni a un particolare ruolo che sia assegnato a Maria.

Gli apostoli non credono alle donne. Come Cassandra dei Greci, le donne del Vangelo non vengono credute. Maria Maddalena annuncia agli apostoli di avere visto e ascoltato Gesù risorto, “ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere” (Marco, 15); “quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse” (Luca, 24).

Gesù, per contro è attentissimo alle donne. Il mondo femminile gli è consueto: “Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e nascose in tre staie di farina…” Rispetto ai tempi è rivoluzionario. Preferisce le trasgressive, le impure: la Samaritana, l’Emorroissa, Maria Maddalena.  In assenza degli apostoli parla con la Samaritana e a lei rivela il suo essere il Messia. Per gli apostoli è un trauma. Concede alla Maddalena che sia la prima a vederlo vivo dopo la sua morte, e a lei affida un messaggio. Attraverso l’Angelo: “E’ risorto, non è qui” (Marco, 16); “Andate a dire ai suoi discepoli: è resuscitato e vi precede in Galilea” (Matteo, 28);  e personalmente: “mi vedranno là” (Matteo, 28).  E alle donne per prime rammenta attraverso l’Angelo la sua premonizione: “Ricordatevi di come vi parlò quando ancora era in Galilea; bisognava che il Figlio dell’Uomo fosse consegnato ai peccatori, che fosse crocifisso e resuscitasse il terzo giorno” (Luca, 24). Osservazioni come queste sono espresse con la penna di Ida Magli nella sua Storia laica delle donne religiose.

Le donne reclamano il loro primato. Non furono credute, ma non si arresero facilmente alla loro destituzione. Per trovare traccia della loro resistenza, però, è necessario ricorrere alla lettura di alcuni vangeli apocrifi e recuperare il pensiero eretico, massimamente quello del cristianesimo gnostico, alla riflessione antropologica. Viste in questo modo, le eresie attestano la vitalità del cristianesimo e gli esiti diversi che avrebbe potuto sortire quando esse fossero prevalse. Per quanto respinta come “errore”, l’eresia è testimone di altre vie nella ricerca di Dio.

Il contrasto tra Maria Maddalena e Pietro compare come dato divaricante nel Vangelo di Maria (Maddalena), nel Vangelo di Tommaso e nel Pistis Sofia. Si tratta di scritti del III secolo dei quali variamente restano frammenti o pagine ricostruite su testi precedenti.

         “Pietro disse a Maria:
«Sorella, noi sappiamo che il Salvatore ti amava più delle altre donne. Metti anche noi a parte delle parole del Salvatore che tu ricordi, quelle che conosci tu ma non noi; quelle che non abbiamo udito».
Maria rispose e disse:
«Quello che è a voi nascosto io ve lo dirò».
E racconta di avere visto il Signore in una visione, e che il Signore le abbia detto: «Te beata, che non hai vacillato alla mia vista».
Come ebbe finito di dire, Andrea replicò e disse ai fratelli:
«Pronunciatevi su quanto ella ha detto. Per quanto mi riguarda, io non credo che il Signore abbia detto questo. I suoi insegnamenti sono diversi».
Riguardo alle stesse cose parlò anche Pietro. Egli li interrogò in merito al Salvatore:
«Ha egli forse parlato in segreto e non apertamente a una donna senza che lo sapessimo? Ci dovremmo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse il Signore l’ha anteposta a noi?”
Maria allora pianse, e disse a Pietro:
«Fratello mio, cosa credi dunque? Che io l’abbia inventato, o che io menta riguardo al Signore?»
E Levi replicò a Pietro dicendo:
«Tu sei sempre irruento, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come fanno gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non c’è dubbio: il Salvatore la conobbe bene. Per questo amava lei più di noi».
         (Frammento dal Vangelo di Maria)

 

Il cristianesimo nella parità dei generi

L’attenzione contemporanea verso questo Vangelo e verso il personaggio di Maria Maddalena si deve principalmente a Karen King, che scrive ripetutamente sull’argomento in Immagini del femminile nello gnosticismo (2002) e The gospel of Mary of Magdala: the first woman apostle (2003). Troviamo dunque aspetti teologici nel costume paritario del cristianesimo gnostico. Nella Trinità, che comprende Padre, Figlio e Spirito, il terzo è attribuito a Maria in continuità col fatto che in ebraico spirito è ruah, ed è di genere femminile. Alla grande rilevanza che ha il femminile nell’universo del cristianesimo gnostico corrisponde il ruolo importante che le donne vi rivestono: le donne predicano e celebrano l’eucarestia; sono sacerdote e vescovo, e il loro pensiero è molto ascoltato. Naturalmente il pensiero femminile e la sottesa conformazione sociale egualitaria indignano moltissimo gli apologeti. “Queste donne eretiche”, scrive Tertulliano, “quanto sono audaci! Non hanno modestia, sono così sfrontate che arrivano a insegnare, impegnarsi nelle dispute, decretare esorcismi, assumersi incarichi e perfino battezzare! […] Ma non è permesso che una donna parli in chiesa, né che insegni, né che offra l’eucarestia, né che pretenda per sé una parte in qualunque funzione maschile, per non parlare di qualunque ufficio sacerdotale”.

Ciò che resta alle donne nella Chiesa degli uomini. Il plurale che copre anche il femminile: prima quando si diceva “l’uomo” inteso come essere umano, l’espressione comprendeva solo i maschi; le donne non vi erano comprese. Le donne erano entità larvali e il loro genere subalterno. E poi battesimo al posto della circoncisione: una forma di iniziazione che può essere ricevuta e attuata prescindendo dal genere. Ma si comprende bene come, subito dopo la morte di Gesù, gli Apostoli comincino a tradire il suo messaggio, o per scarso intendimento, o per volontario travisamento. Secondo il pensiero di Ida Magli, essi ricostruiscono i canali di fondazione del sacro mentre il messaggio di Gesù era di liberazione dal sacro. Vivere senza rituali, senza sinagoga, senza sacerdoti, senza peccato originale. Nella prima cristianità le donne scelgono la verginità come un affrancamento dalla sudditanza maritale. Parlano in assemblea, altrimenti Paolo non direbbe loro di tacere. E ci sono in effetti donne addette al servizio divino nella prima fase dell’attività apostolica, come la diaconessa Febe, assistenti al battesimo e al ministero della carità. Vergini comunque, o non più mestruate secondo il gradimento maschile. Ma il battesimo dà luogo all’attesa, non agli ordini. Quelli le donne non li scaleranno mai.

Liberaci dal sacro è il messaggio primo contenuto negli scritti di Vittorio Mencucci. Gesù non parlò mai di sacerdozio. Così dunque il libro avverte, a p. 107: “La fine del sacro strutturato non comporta l’abbandono di Dio, anzi assume in pienezza il mistero dell’incarnazione come punto prospettico che illumina tutta la nostra esperienza di fede. Il superamento del sacro/profano avviene con la riconquista dell’umano che si caratterizza per l’apertura all’infinito, dove Dio si manifesta per sua libera e gratuita iniziativa. In altre parole, si può dire che la fine della sacralità espressa nelle strutture codificate libera il vero sacro come apertura all’infinito, come stupore di fronte al mistero, come orizzonte in cui si colloca la domanda di senso dell’essere e del vivere umano”.

Tutto questo per avviare un processo di liberazione dal falso sacro piantonato dalla casta sacerdotale che esclude le donne.

Utopia e disincanto Spetta dunque alle donne condurre il cammino di liberazione”, scrive Vittorio a pag. 144. Soprattutto da loro ci si aspetta un simile impulso al cambiamento. Però a questo punto mi viene da chiedere: perché riservare alle donne soltanto l’utopia, e addirittura caricarle in modo che ne portino il peso più grande? E penso: un pregiudizio sottile e difficile da stanare sta nel fatto che gli uomini intesi come maschi vorrebbero le donne migliori di loro, e capaci di guidare il mondo in modo migliore rispetto a quello con cui l’hanno guidato fino ad oggi i maschi. Perché alle donne non sarebbe permesso salire o discendere le scale dell’imperfezione? Oppure, rovesciando il discorso con qualche umoristica malizia: possibile che le  voci più inclusive della Chiesa siano attaccate al sacro al punto da volerlo sopprimere purché le donne non vi entrino?

Le donne intanto non sembrano affatto interessate ad accedere all’ordinazione al sacerdozio. Nemmeno quando siano intensamente rivolte alla spiritualità cristiana. Leggiamo in una intervista rilasciata a La Repubblica del 25 settembre 1988: “Le donne italiane –  afferma la teologa Vilma Gozzini – diversamente dalle americane e olandesi, non aspirano al sacerdozio, anche se dicono che è sbagliato qualificarlo per genere”.

E Adriana Zarri: “Ai giornalisti interessa la donna-prete. Ma il problema del sacerdozio femminile rinvia al problema di cosa significhi essere sacerdote. Se, come dice la teologia romana, il sacerdote è diverso dal laico, allora noi rifiutiamo il sacerdozio”.

L’aggiogamento laicità-donna diventa un punto di convergenza tra l’uomo (Vittorio) e la donna (Adriana). La donna che finora non c’era, adesso finalmente la vediamo comparire al centro del sagrato.

 

 

Leonardo Badioli

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