A TOLENTINO UN MAESTOSO CICLO DI AFFRESCHI

Dopo il terremoto e i danni  subìti, ci si aspetta un prodigio di San Nicola

 

i miracoli di san nicola
Il Capellone di San Nicola. Dopo il terremoto del 30 ottobre sono stati rilevati distacchi dagli affreschi e dal soffitto ligneo della navata centrale e danni anche all’abside

 

 

Il culto legato alla vita e alle gesta di San Nicola ha donato a Tolentino uno dei più belli e completi cicli di affreschi trecenteschi della Regione.

Un ciclo di chiare reminiscenze grottesche, di richiami alle decorazioni assisiane, e di assonanze con altri lavori compiuti dallo stesso artista che mise mano a Tolentino.

La grande cappella del capitolo della Basilica venne rimaneggiata per rendere degna sepoltura a quel santo tanto amato. In verità il corpo di San Nicola non è mai stato, e non lo è tutt’ora, deposto nell’arca quattrocentesca costruita per contenerlo; è sempre stato nascosto al di sotto del suo sepolcro, occultato dai monaci per protezione, dopo che, un assai zelante fedele, gli tagliò le braccia. Non si volle aspettare la proclamazione del Papa, Nicola era già diventato Santo per tutti quei fedeli che prima da vivo, ma assai di più da morto, lo venerarono.

Le date di esecuzione del ciclo d’affreschi sono da ritenere slegate dal processo di canonizzazione, che durò più di un secolo (1325 – 1446), sono date supposte, vincolate sia dalla narrazione degli eventi, sia da testimonianze pervenuteci, e infine vincolate da quelle consonanze stilistiche suddette che ci indirizzano verso una datazione attorno agli anni Venti del Trecento.

Si ritiene ormai assodato il nome del capo bottega, ideatore dell’intero progetto narrativo, nonché fautore di alcune parti di raffinata esecuzione, tale Pietro da Rimini, allievo del ben più noto Giotto.

Pur rimanendo legato ad una pittura post grottesca, Pietro da Rimini elabora un proprio e distinto stile: dalla minuziosa caratterizzazione dei volti dei personaggi, alla ricerca esplicita della resa volumetrica; dalla composizione delle scene su piani sfalsati, alle peculiari scelte della sequenza narrativa.

Non è l’unica mano riscontrabile, l’artista si avvalse, come di consueto nelle epoche passate, di numerosi collaboratori; le differenze di stile, ad un occhio allenato, son ben visibili; ma non comportano comunque una alterazione della visione d’insieme maestosa e solenne.

Resa anche tale da un colorismo pittorico eccezionale, spiccano sui profondi azzurri, i gialli, i rossi e i verdi, che si contendono gli sguardi dello spettatore.

Il ciclo pittorico prende avvio dalle quattro vele della volta a crociera con la raffigurazione dei quattro Evangelisti congiunti ai Dottori della Chiesa. Siti entrambi su dei complessi scrittoi, i primi sorpresi a dettare il proprio racconto evangelico, gli altri intenti nello scrivere; al di sopra i simboli legati agli evangelisti.

La decorazione prosegue su tre ordini distinti, separati, come gli stessi perimetri delle volte, da decorazioni geometriche intervallate da polilobi con raffigurazioni di santi e di facce lunari.

Il primo ordine, collocato nelle lunette, narra in quattro episodi le vicende salienti della vita della Vergine: partendo dalla parete sud-est, quella rivolta verso il convento agostiniano, sulla cui vela non a caso sono dipinti S.Agostino e San Giovanni Evangelista, vi è affrescata l’Annunciazione; correndo di parete si colloca una complessa raffigurazione narrante le vicende legate alla nascita di Gesù, si prosegue poi con la Presentazione al Tempio intitolata però Purificatio Virginis, per finire a nord-est con la Morte della Vergine.

Nei registri inferiori si narrano le vicende della vita di Gesù Cristo e nel registro più basso, all’altezza di colui che guarda, a voler ricordare al fedele le imprese di Nicola che prima di essere Santo fu uomo, la narrazione legata alla sua vita.

Fatta eccezione per la crocifissione che lascia il suo posto narrativo nel registro appena sopra e si colloca come pala d’altare, a decretare l’inizio e la fine delle raffigurazioni votate a San Nicola.

Lo stupore che dovette destare la visione dei ritratti di conterranei miracolati, all’incirca negli stessi anni di esecuzione dell’intero ciclo, è percepibile ancra oggi.

I nomi di quei personaggi, immortalati nell’intonaco, son ben conosciuti e tutti i tolentinati sanno che la cieca a cui San Nicola ha ridonato la vista si chiamava Anfelisia Adami, che il prigioniero innocente si chiamava Lorenzo Bottoni e che il nome di colei che fu resuscitata era Filippa Baracca.

La pittura ha certamente, nei secoli, perso la sua funzione prettamente didattica ma vi sono alcuni casi, come questo di Tolentino, dove la sacralità legata inizialmente al culto ha virato dal contenuto della narrazione alla genialità della forma, assoggetta al tempo che ne accresce il pregio e assieme a questo il senso possessivo di appartenenza.

E’ proprio dalla vicenda di un miracolo compiuto dal Santo che si ritiene il ciclo ascrivile ad un’età post 1317, quando dei pescatori tolentinati, usciti in mare con la propria barca furono colpiti da una terribile tempesta che distrusse la loro imbarcazione. Improvvisamente però le acque si chetarono e tornarono a riva sani e salvi imputando, il prodigio a San Nicola.

di Elena Piaggesi 

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