di Leonardo Badioli

Cesare Borgia e la strage di Senigallia. Ipotesi per un’iconografia dell’inganno. I volti del Valentino, Signor Pagolo, Vitellozzo e Oliverotto restituiti a una galleria ideale dei personaggi che hanno fatto la nostra storia.

“Die ultimo decembris 1502 … partì la excellentia del Duca con tucto lo exercito e ne venne qui in Sinigaglia, dove erano tucti gli Orsini et Vitellozo. Fecionsegli incontro: et entrato che e’ fu con loro adcanto nella terra, si volse alla sua guardia e fecegli pigliare prigioni”. “E’ seguito dipoi che questa notte ad hore dieci questo Signore fe’ morire Vitellozo et messer Oliverotto da Fermo; et li altri dua sono rimasi anchora vivi”. “Chiamommi dipoi circha 2 hore di nocte, et colla migliore cera del mondo si rallegrò meco di questo successo” (1) . 

Mentre scrive, Machiavelli si trova  in un travaglio grandissimo; la città va a sacco e il Segretario non sa nemmeno se la lettera potrà partire per Firenze dove aspettano da lui dispacci quotidiani: ormai sono tre mesi che si trova presso il campo del Valentino e in qualità di Legato ne ha seguito i movimenti fino a Senigallia. 

È lui il primo cronista dell’agguato. Se c’è un evento per il quale la città di Senigallia è costantemente ricordata nella letteratura storica, nella drammaturgia e nel racconto popolare, questo è certamente l’inganno nel quale Cesare Borgia duca Valentino trasse i suoi capitani, che gli si erano ribellati, per catturarli e ucciderli. Su Machiavelli, come sui tanti cronisti che ne scrissero con costernata ammirazione appena la notizia rimbalzò per le città italiane e per le corti d’Europa, l’avvenimento produsse una fortissima impressione: non tanto per l’ammazzamento in sé, non raro nelle corti di quel tempo, ma per l’importanza dei personaggi e soprattutto per il modo in cui era stato concepito e messo in atto. 

Man mano che le notizie si venivano precisando, l’inganno dovette ai loro occhi prendere le forme di un capolavoro paragonabile a quelli che negli stessi anni fiorivano nell’Italia rinascimentale. L’eccidio di Senigallia era destinato a restare, per Machiavelli come per gli antimachiavelli che lo seguirono nei secoli, il luogo estremo della divaricazione di valori opposti quali la capacità di perseguire un fine ad ogni costo e la morale che ce ne distoglie. Lodato o esecrato che esso fosse, l’ammirazione in ogni modo perdurava: “Il bellissimo inganno” lo chiamava ancora una quarantina d’anni dopo Paolo Giovio, uno storico che pure non provava nessuna simpatia per il suo esecutore (2) . 

È stato proprio “il modo tenuto dal Duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini” (3), raccontato da Machiavelli in più riprese, ad impedire che il suo autore sprofondasse nella dimenticanza come avrebbero voluto le famiglie signorili offese; anzi, volgendosi rapidamente in leyenda negra, l’eccidio ne rafforzò il mito ed esercitò un’attrazione straordinaria su scrittori come Victor Hugo e Alexandre Dumas, ispirò il teatro di  Pietro Cossa e Gobineau e il cinema di Christian-Jacque, entrò come parte essenziale nel racconto di De la Sizéranne e di Maria Bellonci, e anche oggi non ha smesso di intrigare i narratori: all’inizio del secondo capitolo dell’Opera al Nero, Marguerite Yourcenar attribuisce a uno dei suoi personaggi, il padre di Zenone, le qualità giuste per avervi partecipato, e solo  un paio d’anni fa Manuel Vàsquez Montalbàn scrive un romanzo dal titolo “O Cesare o nulla” nel quale due capitoli della saga del Valentino sono dedicati al racconto dell’inganno (4).

Sarà dunque d’interesse, insieme con una ricostruzione storico-letteraria che non appartiene a questa ricerca, conoscere i ritratti dei personaggi della vicenda, in modo da poter associare le loro immagini a una galleria di personaggi che, come senigalliesi, di diritto ci appartiene. Che faccia aveva l’uomo che, con la migliore cera del mondo, annuncia al segretario fiorentino il successo della truce impresa, e perché non frugare nell’espressione pallida di presentimento impressa nel volto di un Vitellozzo che si avvia, avvolto nella sua gabbanella nera, incontro all’uccisore? Se esiste una fisiognomica adatta a rendere più efficace la conoscenza dell’avvenimento, e dell’animo dei suoi personaggi, come spesso sostennero nei secoli gli indagatori delle forme umane, vale la pena di buttarsi in una ricognizione di quei volti, in modo da trarre dalla pittura e dalle stampe coeve una possibile Iconografia dell’Inganno, accogliendo alcune identificazioni già assegnate, discutendone altre, inferendo personali deduzioni, non disdegnando nemmeno di inoltrarsi in quello “sradicato gioco di attribuzioni” (5) che Maria Bellonci critica nei riconoscimenti troppo facili, anzi riproponendoli come parte stessa della storia da raccontare.

Il Valentino fu uno degli uomini più potenti del suo tempo ed ebbe al suo servizio alcuni tra i più grandi artisti del Rinascimento; i suoi ritratti sono dunque innumerevoli e belli, anche se non è sempre certo che la persona rappresentata sia proprio lui, o non è sempre noto il nome dell’autore. In ogni modo, un’iconografia dei Borgia, del Valentino in particolar modo, è ben delineata già da un secolo e mezzo (6).

La prima immagine che viene loro attribuita si trova sui muri degli appartamenti Borgia nel Palazzo Apostolico in Vaticano (7). All’indomani dell’ascesa al soglio (1494), infatti, Rodrigo Borgia, divenuto papa Alessandro VI, aveva incaricato il Pinturicchio di dipingere le stanze nelle quali intendeva porre la sua residenza: un ciclo di affreschi che celebrassero i fasti del papato, le origini mitiche della famiglia, i misteri della Chiesa, le arti liberali. Ai piedi della scena della Resurrezione, nella Sala dei Misteri, il pittore aveva posto il Papa stesso, inginocchiato nella posizione dell’orante, col suo profilo gagliardo e sensuale. Per quanto solo a tavola apparisse virtuoso, dove era uso non eccedere, ma robusto in ogni altro godimento, specie della bellezza femminile, il nuovo papa professava una particolare devozione per la Vergine Maria: né mostrava temere di trovarsi in punto di contraddizione se il suo pittore prendeva a modello del volto della Madonna dell’Annunciazione quello di madonna Vannozza, antica amante e madre di quattro dei suoi figli. Forse può stupire questa propensione di papa Alessandro ad accostare i momenti più alti della religione agli atti e alle persone della vita quotidiana, più intimi e certamente meno santi. Ma é la singolarità del tempo che li tiene insieme: prima ancora che il nuovo universo gli abbia fornito un orizzonte che possa contenerlo, l’uomo di Huizinga va scalando il limite della propria onnipotenza; avviene allora che una smaliziata e arrogante consuetudine di vita si trovi a convivere con la più grande ingenuità dell’animo (8) : che imprima anzi una naturalezza ardita al gioco rituale di un potere fastoso e soddisfatto. 

Immersi nell’oro caro al loro gusto valenzano, appaiono sui muri degli appartamenti Borgia i figli di Rodrigo e di Vannozza, che il Papa ama smisuratamente, ha reso legittimi con opportuni atti e  sopra ogni altra cosa vuole fare grandi. Sono tutti raccolti, insieme con altri personaggi della corte papale, sulla parete dove è rappresentata la “Disputa di Santa Caterina d’Alessandria”: propriamente, sapendo la santa è venerata come patrona dei figli illegittimi. Qui è Lucrezia ragazzina, già famosa per la sua bellezza, che elenca  gli  argomenti sulle dita di una mano; l’altro figlio Juan duca di Gandia,  presuntuoso e dissoluto, vestito alla turca come piace a lui; e in fronte a loro, nei panni dell’imperatore Massimino, un Cesare Borgia diciottenne: età che gli è già sufficiente per essere cardinale e per sfoggiare una discreta barba.

Pinturicchio, Roma, Appartamento Borgia. La disputa di Santa Caterina d’Alessandria. I volti dei personaggi sono i componenti della famiglia papale: In trono Cesare, nelle vesti di Caterina, Lucrezia.

“La disputa di Santa Caterina d’Alessandria”, Pinturicchio (1452 ca – 1513)

La barba del Valentino non era soltanto un vezzo personale: era un segno orgoglioso della sua ispanità e insieme un modo assai vistoso di reclamare il Papa come padre. L’aveva quando ancora nessun giovane in Italia la portava; con la definitiva affermazione degli spagnoli,  nel XVI secolo inoltrato, l’avranno tutti (9). La barba dunque è un tratto che rende più riconoscibile l’immagine di Cesare Borgia. Non esiste un suo ritratto adulto, tranne forse uno, per quanto sappia, che lo raffiguri privo della barba; il più noto e accettato ai nostri tempi è quello di Altobello Melone che si trova nella Galleria dell’Accademia a Bergamo, databile intorno al 1513, eseguito dunque sei anni dopo la morte del personaggio.

Il Duca è comunque bellissimo in ogni suo ritratto. L’oratore veneziano a Roma, Paolo Cappello, in una relazione del 28 settembre 1500 lo descrive “ di 27 anni, bellissimo” e trova che “di capo è gran ben fato” (10). Andrea Boccaccio, incaricato d’affari del Duca di Ferrara, ne loda invece i modi cortesi e lo spirito sottile e riservato: “È un personaggio di notevole intelletto e di carattere squisito; le sue maniere sono quelle del figlio di un potente; è di umore sereno e pieno di allegria e sprizza gioia da tutti i pori. È di una gran modestia e il suo atteggiamento è di gran lunga superiore e preferibile a quello di suo fratello il Duca di Gandìa, che tuttavia non è privo di qualità. Non ha mai avuto nessun gusto per la vita ecclesiastica, ma bisogna considerare che il beneficio gli rende più di sedicimila ducati” (11) . 

      Cesare Borgia, detto “il Valentino

In questi tratti è già rilevato il contrasto tra i due fratelli che condurrà l’uno ad ammazzare l’altro e a prenderne il posto nel cuore del padre e, abbandonata la porpora cardinalizia, a sostituirlo nella carriera di principe e gran capitano della Chiesa. Nemmeno un ritratto esiste di Cesare Borgia in vesti ecclesiastiche; al contrario, le descrizioni del Valentino indugiano sui bei vestiti che indossa, e quel largo berretto che porta, forse per ricoprire i segni del male che gli guasta il viso. Nei momenti del fasto – come quando va in Francia per cercare moglie – la descrizione accompagna minuziosamente gli abiti eleganti, lo sfarzo favoloso dell’oro e delle pietre che il suo gusto spagnolo non flette mai al minimo tocco d’ironia. Maria Bellonci fa eco a quelle descrizioni: “I begli abiti stavano bene al Valentino come a tutti i Borgia; ed era vero che egli fosse di corpo bellissimo, muscoloso e fine, armonioso nel disegno delle giunture e delle membra atte e scarse. Ma il viso, sul quale le emozioni non arrivavano ad affiorare, era sciupato da uno sfogo di quel mal francese che aveva preso a Napoli e che periodicamente gli rifioriva” (12).

Niccolò Machiavelli, che lo conosce per la prima volta nel palazzo di Urbino appena strappato a Guidobaldo, è subito abbagliato dalla sua personalità: “Questo signore è molto splendido e magnifico; et nelle armi è tanto animoso che non è sì gran cosa che non li paia piccola; et per gloria et per acquistare stato mai si riposa, né conoscie faticha o periculo. Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi benvolere a’ suoi soldati; ha cappati e’ migliori huomini d’Italia, le quali cose lo fanno victorioso e formidabile, adgiunto con una perpetua fortuna”  (13).

I giudizi dei contemporanei intuiscono la persona ma ne sottolineano variamente il carattere. Pandolfo Collenuccio – l’umanista che godette dell’appoggio degli Sforza di Pesaro fino a quando non fu da loro ucciso – sa che il Valentino è “tenuto gagliardo e animoso e liberale e che tenga bon conto d’omeni da bene”; annota poi: “aspro in vendette”, ma per aggiungere che questa asprezza si giustifica in un “animo vasto” che “cerca grandezza e fama”. Sebastiano di Branca Tedallini, nel suo Diario Romano, ricorda soprattutto quanto il Valentino “era crudele sopra le altre cose: non gli poteva mai parlare nisciuno se non li signori; o Micheletto”, il suo sicario; e aggiunge, non si sa se a lode o a bollarne l’ambizione: “Teneva la più bella corte che non teneva uno re”  (14). 

Ispirati dai giudizi dei contemporanei, gli scrittori dei secoli che seguono traducono variamente le loro parole, seguendo accenti che non hanno ancora sopito la discordia dei pareri sulla personalità del Duca. L’aspetto fisico però non è mai dimenticato. Scrive Gregorovius: “Era il più bell’uomo del suo tempo; aveva corpo robusto, di atleta. Non rifiniva mai nelle ebbrezze dei sensi, ma i  sensi teneva al servigio d’un intelletto freddo e acuto. Esercitava un’attrazione magnetica sulle donne, però un’ancor più formidabile colla sua energia di volontà usava sugli uomini e li disarmava”; “aveva tutte le qualità acconce, e tutte nel più alto grado: taciturnità misteriosa, astuzia, ipocrisia, accorgimento perspicace a’ suoi piani. Sapeva a tempo opportuno agire colla celerità del fulmine; era crudele senza misericordia, gran conoscitore degli uomini, capace di usar virtù e malvagità ad uno istesso scopo. Quando occorreva, sapeva anche essere giusto; e fu liberale di mano fino alla prodigalità, ma per calcolo, non per indole. Poneva in pratica il precetto che una mente di valore può adoperare qualunque espediente, pur di giungere alla sua meta…”  (15).

Ma c’è un ritratto che, per quanto ritenuto inconfondibile, mi sembra più enigmatico degli altri: è quello che, ancora di profilo, ma stavolta col cappello rosso di Capitano Generale dell’esercito papale,  Luca Signorelli ha collocato alle spalle degli astanti, in primo piano alla sinistra di chi guarda, la “Predicazione dell’Anticristo” nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto. 

Luca Signorelli, Cappella di San Brizio a Orvieto. In seconda fila da sinistra a destra: Il Valentino (non riconosciuto da Vasari), i due Baglioni Orazio e Giampaolo e i tre Vitelli (Camillo, Paolo e Vitellozzo, riconosciuti da Vasari. 

Qui sorge un problema. Gli studiosi a noi contemporanei non hanno dubbi che si tratti di Cesare Borgia. “Unmistakable”, scrive Stanley Meltzoff (1997). “Inconfondibile”, conferma Jonathan Rees (1995). Si affida a questa attribuzione anche Claudia Cieri Via (1997):  “E’ stato riconosciuto verosimilmente Cesare Borgia”. Risalendo la critica negli anni, vediamo che lo riconoscono Carli (1965), Fumi (1872) e Gregorovius (1874, 1948): il personaggio ritratto è il Valentino (16).

Più di una ragione potrebbe confermarlo: Orvieto è la più papale tra le città papali, e Cesare ne è eletto Protettore fin dal 1994; l’anno dopo con una bolla suo padre il Papa lo  ha nominato Perpetuo Governatore e Castellano della Rocca. Quando tra il 1499 e il 1503 Luca Signorelli dipinge la Cappella di San Brizio, il Valentino è ancora la più alta autorità della città e sta rapidamente accrescendo la sua potenza per l’Italia. Dovremmo allora chiederci perché Giorgio Vasari, scrivendo le “Vite dei più eccellenti pittori”, quando passa a parlare di Luca Signorelli e in particolare degli affreschi in San Brizio, non lo riconosce. “Ritrasse Luca molti amici suoi e se stesso: Niccolò, Paulo e Vitellozzo Vitelli, Giovan Paulo et Orazio Baglioni et altri, che non si sanno i nomi” (17). Cesare Borgia non è nominato.

La prima cosa che ci toccherebbe di pensare di fronte a quanto scrive il più classico degli storici dell’arte è che abbia ragione lui: il personaggio col cappello rosso non è Cesare Borgia. Ma le circostanze sono troppo stringenti per non indurci a tentare di smentirlo. Orbene, dovremo ricordare che Vasari scrisse le sue Vite su invito dell’ambiente intellettuale romano del cardinale Alessandro Farnese, nipote del regnante Paolo III, e in modo particolare per incoraggiamento dell’umanista e vescovo Paolo Giovio. Teneva questi, da gran collezionista quale era, una galleria di ritratti che, per non saper definire in altro modo, decise di chiamare “Museo”.  Scrisse poi libri di “Elogi” nei quali, sotto ciascun ritratto riprodotto a stampa, raccontava la biografia del personaggio. Raccontò di filosofi e di illustri capitani. Nella pittura, però, incorreva in frequenti errori e Vasari non aveva mancato di farglieli notare.  “Giorgio mio”, gli si rivolse allora il Giovio,  “voglio che prendiate voi questa fatica”.

Giovio non era in qualche caso né preciso nei dati, né del tutto sincero nelle affermazioni; può darsi anche che barasse sul reale possesso di ciascun ritratto, o che consegnasse alla stampa immagini di fantasia. Sta di fatto che scrive, tra gli altri, anche l’Elogio “Sotto il ritratto del Signor Cesare Borgia Valentino” (18): dunque probabilmente lo possiede. Lo potrebbe anche avere conosciuto di persona in gioventù, quando il Borgia non poteva avere più di ventinove anni e lui più di venti anni. Si tratta di un profilo che detterà il modello ad ogni ritratto successivo del Valentino. Ancora bello, ma scavato ormai nella fisionomia che corrisponde all’animo che gli si vuole attribuire.  In fondo giova al carattere luciferino che gli viene attribuito questa bellezza che si corrompe e assume a mano a mano le forme che gli guadagna il suo animo malvagio, quel volto che si guasta per il mal francese, vergognoso male che s’apprendeva un gran numero di preti e cardinali e che alla fine viene trasformato a stigmata di una cattiva incarnazione.

Scrive del Valentino Paolo Giovio: “Fu ingenerato di velenoso sangue, et di maladetto seme: perciochegli haveva sparsa la fronte di rossore nero, e piena di molti cossi i quali leggiermente mandavano fuor marcìa, e gli occhi fitti in dentro, i quali con serpentina e crudel guardatura pareva che schizzassero fuoco: talche gli amici, e famigliari suoi non gli potevano pur soffrire di guardarvi, benché egli scherzando tra le donne, maravigliosamente mutandogli volesse mostrargli molto piacevoli. Ma tutte l’altre membra risplendevano benissimo alla vaghezza: percioche egli haveva corpo destro, fortissimo con gagliarda composizione di nervi il quale egli non meno acconciamente che valorosamente adoprava all’essercitio di tutti i giochi d’arme così da piedi come da cavallo: si come quello che haveva imparato a lanciare molto lungi, e benissimo abbattere alla lotta ogni gagliardissimo huomo: e a un colpo solo di spada tagliar il collo a un toro, che correva nello steccato”.

Gli occhi del Valentino ne fecero entrare l’immagine nei trattati di fisiognomica: non tanto perché fossero difficili da sostenere, quanto perché erano adatti a farsi modello fisionomico dell’ingannatore. A questo espresso scopo Giovanni Battista Porta (1586), trae direttamente dai volumi di Giovio il ritratto del Valentino e lo colloca nel suo libro Della fisionomia dell’Huomo accanto a quello di un altro ingannatore, Tamerlano: “Vedasi nella sottogiacente figura”, scrive guidando l’attenzione verso quelle caratteristiche, “l’imagine del Duca Valentino, e del Tamerlano, considera gli occhi cavi, e piccioli” (19) . Nessuna brava persona potrebbe avere occhi come i loro. 

Dunque Vasari conosceva bene i libri del suo ispiratore Paolo Giovio e, da quelli se non da altre fonti, il volto del Duca Valentino. Accettiamo dunque, come prima ipotesi, che se l’autore delle “Vite” non lo riconosce nell’affresco di Luca Signorelli, non sia lui la persona in fondo a sinistra col cappello rosso. E’ difficile allora trovare una ragione per la quale la critica contemporanea sia tanto unanime nel dare torto a un testimone molto più vicino alla persona e ai fatti di cui si parla. Perdura certamente l’abitudine, tra gli esegeti delle opere figurative, di non affidarsi a prove certe, ma di ammucchiare indizi a sostegno delle proprie suggestive teorie. Ecco allora come in ogni figura si corre a riconoscere qualcuno, convincendosi spesso che “non può essere che lui”. Anche nel caso dell’uomo dal cappello rosso si procede per somiglianze e incidenze tutte largamente verosimili, ma non del tutto certe. Allo stesso modo, però, ci troveremmo a insinuare che Vasari, l’uomo dei Medici (20), si sia prodotto, in luogo di un riconoscimento, in una censura, una dimenticanza volontaria, un disconoscimento per una damnatio memoriae dell’uomo che, esaltato da Machiavelli, era ormai uno sconfitto dalla storia e il suo nome bandito alle orecchie di ognuno, specialmente a Firenze.

Tra i personaggi che l’aretino riconosce ci sono i componenti di due grandi famiglie signorili, quella dei Baglioni di Perugia e quella dei Vitelli di Città di Castello; tra loro, due dei personaggi figurati nell’affresco furono capitani agli stipendi del Valentino: Gian Paolo Baglioni e Vitellozzo Vitelli. Entrambi parteciparono alla ribellione e si mostrarono tra gli altri i più restii a ridursi alla conciliazione. Gian Paolo sfuggì all’agguato di Senigallia per un pelo, aiutato forse da una sua altre volte premiata diffidenza dall’accostarsi troppo all’abbraccio dei Borgia; Vitellozzo ci lasciò le penne. Chi si rechi oggi a visitare Città di Castello, e si trovi difronte al bel palazzo Vitelli “alla Cannoniera” può già ammirare dall’esterno il lavoro che Vasari fece per i Vitelli della generazione successiva a quella dell’ammazzato. L’ipotesi che il pittore, scrittore e gran cortigiano Giorgio Vasari abbia volutamente trascurato di citare un nome che avrebbe fatto rabbrividire più di un prezioso committente, e si sia rifiutato di citarlo coprendo la sua ricognizione sotto quella frase: “…et altri che non si sanno i nomi”, non è meno indiziaria e verosimile di quella che porta al suo riconoscimento.

Difficile anche scegliere tra le innumerevoli facce che si assiepano attorno all’Anticristo quali appartengano alle persone che Giorgio riconosce. Ce ne sono altre, fortunatamente. L’immagine accettata di Gian Paolo Baglioni ci mostra un altro bellissimo barbablù la cui fisionomia, mancandone la data sul dipinto, potrebbe anche essersi fissata negli anni successivi alla notte dell’inganno, ossia nei diciassette anni che il Signore perugino attese prima di farsi ingannare da Leone X e perdere così la testa. 

Degli altri capitani catturati dal vendicatore di Senigallia, ho trovato soltanto il ritratto di Paolo Orsini (21), in un altro dei modelli gioviani che lo ritrae nell’armatura ma non ne nasconde la scempia ingenuità e il gesto manierato per il quale è canzonato da Vitellozzo suo genero e dagli altri suoi amici come “Madonna Paola”. 

Il signor Pagolo, insieme agli altri Orsini catturati nell’inganno, è per il momento risparmiato: ma non farà tanta strada, perché il Valentino, dopo averlo trascinato per l’Italia gli farà tirare il collo al Castello della Pieve, o nella rocca di Sarteano, insieme al giovane Francesco Orsini duca di Gravina, dopo un mese e mezzo circa, mentre a Roma il Papa provvede a sopprimere il più importante personaggio della famiglia, quel cardinale Battista Orsini che aveva imbastito la rivolta.

                 Paolo Orsini. “Teneva del semplice”

Di Vitellozzo, invece, oltre alla presenza nella pittura di San Brizio, conosciamo un ritratto il cui originale si trova nella Collezione Berenson a Settignano, eseguito qualche anno prima del fattaccio dallo stesso Luca Signorelli (figura 8). Non figura invece Vitellozzo nel ciclo di dipinti celebrativi della famiglia Vitelli in Palazzo S. Egidio a Città di Castello. Questo ciclo segue passo passo il testo del manoscritto “De Viris Illustribus Domus Vitelliae” dedicato al cardinale Vitellozzo Vitelli, omonimo nipote del nostro capitano, e raffigura le gesta di Niccolò, fondatore delle fortune vitellesche e dei suoi figli, tutti condottieri di milizie: Camillo è ritratto mentre trae in salvo il re di Francia nel corso della battaglia di Fornovo, e Paolo guida la difesa dei fiorentini contro l’invasore veneziano nella neve invernale del Casentino. Entrambi i fratelli di Vitellozzo erano morti giovani, l’uno abbattuto da una pietra mentre dava l’assalto alle mura di Cercello nel napoletano, l’altro decapitato dalla repubblica fiorentina perché sospettato di intesa col nemico nell’assedio di Pisa. Vitellozzo era anche lui nella milizia di Paolo e a stento si salvò dalla mannaia. Proprio nel testo dell’orazione che Francesco Santacroce pronunciò per il funerale di Paolo, l’oratore, vantando la nobiltà della famiglia Vitelli, ricordò che i Romani  chiamavano nobile chi possedeva le immagini degli antenati, novus  chi possedeva solo il suo ritratto e ignobile chi non possedeva nemmeno quello. Dunque, proprio come certificazione della nobiltà della famiglia i ritratti venivano conservati, riprodotti e anche inventati quando non ce ne fosse un primitivo modello: specialmente in quel periodo di guerre e rivolgimenti che potevano favorire cadute repentine e vertiginose ascese, si faceva gran conto del disporre di una galleria di ritratti. Di lì a pochi anni Erasmo da Rotterdam (22), contrapponendo nobiltà di nascita a virtù personale, criticherà questa concezione aristocratica sostenendo, con la sua abituale leggerezza, che i ritratti danno lustro solo al pittore che li ha eseguiti . 

La generazione dei figli di Niccolò Vitelli, in ogni modo, sembrava destinata a morire giovane, una sorte che peraltro molti condividevano in quegli anni, e quell’espressione pensosa del profilo di Vitellozzo, che inclina a un mesto  fatalismo ben si intona col carattere che se ne può ritrarre dalla conoscenza dei suoi atti e dalla descrizione degli storici. L’ultimo giorno vale a raccontare tutta la sua vita di duro capitano, il primo in Italia che abbia armato le sue bande alla tedesca, ma capace di fraternità verso lo sfortunato duca Guidobaldo, irriducibile contro il Valentino, ma convinto a ridursi contro voglia quando si accorge di essere rimasto solo.  Machiavelli lo racconta  nelle Legazioni nelle mentre si reca ad incontrare il suo carnefice: “Venne Vitellozo in su una muletta, disarmato, con una gabbanella indosso stretta, nera e logora, e di sopra uno gabbano nero foderato di verde; e chi lo avessi veduto, non sarebbe mai giudicato che fussi colui che due volte questo anno sotto e’ suoi auspici avea cerco cacciare er re di Francia di Italia. Era el volto suo pallido e attonito, che denotava ad ciascuno facilmente la sua futura morte” (23). Torna a descriverlo di nuovo parecchi anni dopo: “Vitellozzo, disarmato, con una cappa foderata di verde, tutto afflitto come se fussi conscio della sua futura morte, dava di sé (conosciuta la virtù dell’uomo e la passata sua fortuna) qualche ammirazione. E si dice che quando e’ si partì dalle sua genti per venire a Sinigaglia e andare contro al duca, ch’e’ fece come una ultima dipartenza con quelle: e a li suoi capi raccomandò la sua casa e le fortune di quella, ed i nipoti ammunì che non della fortuna di casa loro, ma della vitù de’ loro padri e de’ loro zii si ricordassino”  (24).

Vitellozzo Vitelli da Città di Castello

E se può esser vero, come scrive ancora il Segretario, che “non fu usato da alcuno di loro parole degne della loro passata vita” (25), miseramente umano  ci appare Oliverotto che piangente cerca di scaricare le accuse di tradimento addosso al suo compagno; dignitoso e quasi solenne Vitellozzo, ormai sotto il laccio che lo uccide, che prega Cesare Borgia che interceda per lui presso Alessandro, papa e padre del suo carnefice, affinché gli conceda indulgenza plenaria dei peccati suoi. In questo gesto è contenuta intera la ragione del suo fallimento al cospetto di un potere invincibile come quello del papato, contro il quale non può risolutamente sollevare le armi perché quel potere non si può abbattere;  al quale al contrario, proprio mentre lo uccide è costretto ad  affidare l’estrema speranza di salvezza.

Non ci resta che parlare dell’altro degli ammazzati di Senigallia, di Oliverotto, o Liverotto Uffreducci, o Euffreducci da Fermo. Come Vitellozzo aveva sposato la figlia di Paolo Orsini, Oliverotto si era promesso alla figlia di Vitellozzo. La più grande ventura per lui fu quella di essere ammazzato in cotanto inganno e che per questo Machiavelli gli abbia dedicato un intero capitolo del “Principe”:

“Liverotto firmano, sendo più anni innanzi, rimaso, piccolo, sanza padre fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato, e ne’ primi tempi della sua gioventù dato a militare sotto Paulo Vitelli, acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche eccellente grado di milizia.. Morto di poi Paulo, militò sotto Vitellozzo suo fratello; e in brevissimo tempo, per essere ingegnoso, e della persona e dello animo gagliardo, diventò el primo uomo della sua milizia. Ma parendogli cosa servile lo stare con altri, pensò, con lo aiuto di alcuni cittadini di Fermo a’ quali era più cara la servitù che la libertà della loro patria, e con il favore vitellesco, di occupare Fermo; e scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato più anni fuori di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città, e in qualche parte riconoscere el suo patrimonio; e perché non si era affaticato per altro che per acquistare onore, acciò che e’ suoi cittadini vedessino come non aveva speso el tempo in vano, voleva venire onorevole e accompagnato da cento cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento  ordinare che da’ Firmani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente tornava onore a lui, ma a sé proprio, sendo suo allievo. Non mancò pertanto, Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote; e e fattolo ricevere da’ Firmani onoratamente, si alloggiò nelle case sua: dove, passato alcuno giorno, et atteso ad ordinare secretamente quello che alla sua futura scelleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E consumate che furono le vivande e tutti gli altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Liverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi, parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro. A’ quali ragionamenti respondendo Giovanni e gli altri, lui a un tratto si rizzò, dicendo quelle essere cose da parlarne in loco più secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti gli altri cittadini gli andorono drieto. Né prima furono posti a sedere, che da’ luoghi secreti di quella uscirono soldati, che ammazzorono Giovanni e tutti gli altri. Dopo il quale omicidio, montò Liverotto a cavallo, e corse la terra, e assediò nel palazzo el supremo magistrato; tanto che, per paura, furono costretti obedirlo, e fermare uno governo del quale si fece principe. E morti tutti quelli che, per essere mal contenti, lo potevono offendere, si corroborò con nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio d’uno anno che tenne el principato, non solamente lui era sicuro nella città di Fermo, ma era diventato pauroso a’ tutti e’ sua vicini. E sarebbe stata la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fussi lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigaglia … prese gli Orsini e Vitelli; dove, preso ancora lui, in uno anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro della virtù e scelleratezze sue, strangolato” (26).

Non esitste ad oggi un ritratto condottiero fermano. Gustavo Sacerdote, però, indicava un famoso disegno di Leonardo da Vinci come immagine di “un capitano di Cesare Borgia” (27). Non so con quale proprietà abbia l’autore scritto una simile didascalia; ma il fregio della corazza, quella testa felina mordente fiori sembrava in tutti simile a quella che compare sulla corazza morente Ludovico Uffreducci, nipote di oliverotto, opera scultorea eseguita dal Sansovino in San Francesco a Fermo, verso il 1527, sembrava la chiave per confermare l’attibuzione, anzi conservarla: E’ Oliverotto. Un rinforzo molto forte veniva dall’insegna araldica della famiglia: appunto un leone o pardo mordente tre fiori. Probabilmente una falsa evidenza, come la chiama Carlo Ginzburg (figure 9 e 10). Come è noto, Leonardo fu al servizio del Valentino, ebbe più volte occasione di conoscere il fermano e soggiornò presso di lui nell’anno che si concluse con l’assassinio di Senigallia, e per qualche mese ancora. L’attibuzione viene indirettamente smentita da Hugo Chapman (28), senza però un confronto diretto sul tema dei personaggi evocati. Probabilmente il modello del personaggio è una persistenza iconica (dal modello verrocchiesco di Dario) testimoniata in più di un’immagine tra il 1475 e il il 1527. Forse oltre.

  1. 1) Niccolò Machiavelli, Legazioni . Commissarie. Scritti di governo; Seconda Legazione al Valentino, 259, vol. II, p. 368; a cura di Fredi Chiappelli, Laterza, 1973
  2. 2)  Paolo Giovio, Vite brevemente scritte di homini illustri di guerra antichi et moderni. Sotto il ritratto di Cesare Borgia ; trad. per M. Lodovico Domenichi, Venezia 1558.
  3. 3) Niccolò Machiavelli, Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nell’ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il Duca di Gravina Orsini, 40-41.
  4. 4) Manuel Vásquez Montalbán, O Cesar o nada, 1988, trad. it. O Cesare o nulla, Frassinelli 1988.
    1. 5) Maria Bellonci, “Quaderno di Lucrezia Borgia”, in Lucrezia Borgia Mondadori 1939, pag. 32. 
  5. 6) da Luigi Fumi, Alessandro VI e il Valentino in Orvieto 1877, e da Enzo Carli, Il duomo di Orvieto 1965.

7) Il primo fondamentale studio degli Appartamenti Borgia, rimasti chiusi dalla morte di Alessandro VI, sono dovuti a Evelyn March Phillips, Pinturicchio, London 1901, che li vide alla loro riapertura, avvenuta sotto il Papa Leone XIII.

8)  Trovo particolarmente efficace questa espressione che si trova nella introduzione di Giuseppe Tognon al Discorso sulla Dignità dell’Uomo di Giovanni Pico della Mirandola, 1987. 

9) Stanley Meltzoff, Botticelli, Signorelli and Savonarola, Olschki, 1987, riprende da Gregorovius le osservazioni riguardanti la barba del Valentino.

10)  Paolo Cappello, Relazione di Roma, in E. Alberi, Relazioni degli ambasciatori veneti, 2a serie, vol. 3, Firenze,1846. 

11)  Cfr.: Ivan Cloulas, I Borgia, Roma 1988.

12)  Bellonci, op. cit.

13)  Machiavelli, Legazioni, cit.; Prima Legazione al Valentino, 103.

14) Sebastiano di Branca Tedallini, Diario Romano, in L. A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Città di Castello, 1907.

  1. 15)  Ferdinando Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medio Evo, Venezia 1875.
  2. 16) Stanley Meltzoff, op. cit; Jonathan Rees, La cappella di San Brizio a Orvieto, SEI,1995; Claudia Cieri Via, in La Cappella Nova, a cura di Giusi Testa, Rizzoli, 1998. Tra le migliori iconologie di Cesare Borgia, Gregorovius, op. cit.;  Luigi Fumi, Il duomo di Orvieto e i suoi restauri: monografie condotte sopra i documenti, Roma, 1891; Enzo Carli, Signorelli, Gli affreschi nel duomo di Orvieto, Roma, 1944.
  3. 17)  Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Firenze 1550.
  4. 18)  Giovio, op. cit..
  5. 19) Giovanni Battista della Porta, De humana physiognomonia, Vico Equense, 1586; Francis Haskell, History and its images, Yale 1993, ed. it.  Le immagini della storia, Einaudi 1997.
  6. 20) Roland le Mollé, Giorgio Vasari, l’uomo dei Medici, 1998

21)  Un ritratto di Paolo Orsini è riprodotto in Gustavo Sacerdote, Cesare Borgia,  Rizzoli 1950.

22)  Erasmo da Rotterdam, Institutio principis  christiani, in Julian Kliermann, Gesta dipinte, Silvana 1993.

24)  Machiavelli  Legazioni, op. cit..

25)  Machiavelli,  Descrizione, op. cit..

  1. 26)  Machiavelli, Il Principe, 8.
  2. 27)  Sacertote, Cesare Borgia, 1950.
  3. 29)  Hugo Chapman, Leonardo da Vinci. Busto di guerriero in profilo, in Chapman e Marzia Faietti, Disegni da Fra’ Angelico a Leonardo, Giunti, 2011. 
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