il Cairo: una città romantica

Una città di 18 milioni di squatters. Così appare il Cairo.

Come se dopo una calamità, milioni di persone tornassero ad occupare una città senza troppo curarsi delle sue condizioni precarie. Una pazzesca concentrazione di edifici dall’omogeneo tono grigio-beige, che affolla quasi tutta l’area fertile situata poco prima del delta del Nilo.

A chi frequenta l’immaginario della fantascienza apocalittica, Il Cairo può apparire come una versione mediorientale delle più visionarie distopie cinematografiche. Viene alla mente la città di Blade Runner senza la pioggia. Con le sue fumose strade notturne sempre affollate, dove la brulicante multietnicità a predominanza araba sostituisce quella asiatica del film. Il brodo tecno-religioso. Il quotidiano, filosofico confronto con la storia e con l’escatologia (il giorno del giudizio tanto atteso e che sembra dietro l’angolo). Le futuristiche piramidi della Tyrell Corporation che richiamano i gradoni della prima architettura conosciuta della storia, la piramide di Saqqara, in un involontario e suggestivo cortocircuito tra “inizio” e “fine” della civiltà umana.

Oppure può richiamare la stramba allucinazione fantapolitica del “Brazil” di Terry Gilliam. La sua città fatta di austeri e fatiscenti palazzi dai cavi pendenti, con l’aria condizionata che non funziona ed è emergenza, il 1984esco Ministero dell’Informazione (ma in nessuna università esiste una facoltà di Storia!); l’atmosfera decadente di una Belle Epoque coloniale da lungo tempo andata in un centro città (Downtown) che un po’ sorprendentemente sembra una Parigi mediterranea da mondo parallelo. O di un oscuro futuro dove il surriscaldamento del pianeta vi fa crescere le palme, la “sfida” demografica vinta dai nordafricani ne ha cambiato le frequentazioni, una recessione economica irreversibile ed un inquinamento alle stelle hanno trasformato i suoi eleganti palazzi Liberty e Decò, in sporchi edifici dagli ingressi bui e polverosi. All’apparenza abbandonati, ma giorno e notte animati da mille attività, con bambini che portano bicchieri di tè su e giù per ascensori che stranamente non precipitano e scale popolate da gatti magrissimi attratti dall’immondizia accumulata.

Il paragone con Brazil diventa inquietante per la burocrazia che in ogni istante può irrompere e trasformare la vita degli egiziani in paradossale e crudele realtà kafkiana. Per le torture delle famigerate carceri dove si può finire senza alcun processo. La corruzione e un controllo poliziesco spinti fino al grottesco, che influenzano tutta una società di in un 2010 dal sapore anni ’40. Con i lustrascarpe lungo i marciapiedi, i carri trainati da asini e cavalli in mezzo al traffico automobilistico, gli animali da cortile nei vicoli e sui tetti, i laboratori artigiani scomparsi dalle nostre città e i rigattieri in bicicletta che urlano robavicchiaaa! Inconsapevole eredità italiana antecedente la rivoluzione nazionalista del ’52, quando milioni di stranieri lasciarono l’Egitto. Perfetta colonna sonora retrò, oltre alle antiche salmodie dei muezzin, la musica dell’eterna diva Umm Kulthum, tutt’oggi l’indiscussa star del paese. Non è raro salire in vecchissimi taxi e trovarsi ammaliati dalla sua voce, in grado si dice, di alterare la mente tramite la ripetizione e la sottile modulazione tonale dello stesso verso. Fino a provocare vere e proprie estasi! Senza arrivare a tanto, di sicuro riesce a gettarti in uno stato di malinconico, incantato torpore, ideale per lasciarsi andare totalmente al fascino della città che scorre fuori dal finestrino.

Il Cairo: la madre del mondo
Il Cairo potrebbe richiamare la stramba allucinazione fantapolitica del “Brazil” di Terry Gilliam (nella foto una scena del film)

Questa compresenza caotica di antico e moderno, a volte dà luogo a strane visioni steampunk[1]. La fantascienza che gioca ad immaginare “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”. E se le narrazioni steampunk ambientano le loro fantasie in una Londra Vittoriana dotata delle odierne tecnologie, Il Cairo, soprattutto nei suoi bassifondi e nelle zone più dense, richiama alla mente proprio la malsana città di Dickens. Con i suoi milioni di abitanti e le masse povere, l’aria resa mefitica dall’inquinamento, la mancanza di igiene, la sporcizia, la quasi perenne cappa di smog.

Mentre gli sterrati vicoli della larga zona medievale, sembrano sfondi da presepe dove sfrecciano Vespa con autoradio a tutto volume.

Uno scenario perfetto per una distopia mediorientale. Petrolpunk si potrebbe chiamare[2].

Dove invece del nascente sistema capitalistico industriale e della morale vittoriana, sono la religione musulmana e una paternalistica tecnocrazia militare ad inquadrare le masse. Sovvenzionando pane e benzina per mantenere docile una popolazione in gran maggioranza povera.

 Nemmeno una certa atmosfera “gotica” è assente. Con i minareti al posto dei campanili, le mezzelune al posto delle croci e l’architettura medievale islamica che presterà il suo tipico arco a sesto acuto all’Europa del Trecento. Una visione insieme reale e pittoresca.

Trasferite queste impressioni sotto una luce orientale, che tutto pervade di un esotismo insieme terrificante e fascinoso. Irriducibile alterità che attrae e respinge. Costante ambiguità del rapporto tra Oriente e Occidente, che tanti viaggiatori occidentali continua a stregare.

 Siamo nell’area più popolosa del bacino Mediterraneo e dell’intera Africa. Umm Ad-dunia, “la madre del mondo”[3], come la chiamavano gli arabi durante il nostro Medioevo, quando era uno dei centri economici e civili più sviluppati del mondo. Polo di tolleranza religiosa che attirava perseguitati e fuggiaschi da tutta l’area mediterranea.

Oggi, dopo cinque secoli di feudale dominio straniero, dagli Ottomani al protettorato Franco-Inglese, più 60 anni di dittatura, appare piuttosto come una vecchia madre sovrappeso e malata che vive in una stamberga pericolante. Mai abbandonata dai suoi numerosi figli e nipoti, la millenaria città del Cairo riesce ad accoglierti gentilmente nonostante lo shock culturale, purché con pazienza e umiltà la rispetti, accondiscendendo ai suoi continui e reiterati insha’Allah, “se Dio vuole”, come usa con una vecchia signora timorata di Dio.

 Qui capita anche di scoprire che leggerezza ed ironia, sono insospettate virtù molto diffuse nel popolo egiziano. Fondamentali alleate nella quotidianità sfiancante di una metropoli che, a parte le fresche e silenziose moschee, offre davvero poche oasi dal caos e dai vari inquinamenti. Risorse capaci di ribaltare in un secondo, l’umore insofferente e nervoso causato dal deficit di ossigeno unito al grande disordine visivo e sonoro, in un rilassato sorriso dovuto alla simpatia di molti cairoti, letteralmente basata sul patire insieme..

 In questa enorme distesa urbana, si trovano le uniche due, insufficienti, linee di metropolitana di tutta l’Africa. Una delle esperienze più tipiche della vita cairota diventa così, viaggiare in taxi. Al punto che un recente best-seller tradotto anche in italiano[4], ne ha consacrato il ruolo di simbolo e sintesi sociologica della Cairo del terzo millennio. Circa 80.000 ne intasano le strade iper-congestionate per la maggior parte della giornata, tanto che a volte il colpo d’occhio offre file di soli taxi, spesso vuoti. Nuovi modelli bianchi con tassametro (in certi casi manomesso per gli stranieri) e veicoli neri superati dal tempo, che sbilenchi e saturi dell’odore di benzina mal bruciata, insistono nel sospingere i loro poveri autisti verso il prossimo cliente. Facendosi largo tra gli ingorghi di questo incubo stradale, in un moto perpetuo che sembra funzionare al frastuono di migliaia di clacson mai quieti, con la complicità di abilissimi meccanici, considerati secondo una diffusa convinzione popolare “i migliori del mondo”, perché capaci con pochissimi mezzi di far andare davvero qualsiasi vecchio motore. Naturalmente a discapito dell’aria, che contribuiscono ad avvelenare.

 La madre del mondo si è detto. Ponte africano tra Oriente ed Occidente, anche per ciò che riguarda le religioni. Capitale del paese islamico con la più grande comunità cristiana autoctona, i Copti rappresentano circa il 10% degli egiziani. Crocevia tra Africa, Asia ed Europa, ancora oggi Il Cairo può sintetizzare, amplificandole fino a livelli preoccupanti, le caratteristiche più problematiche del nostro mondo globalizzato: crisi ambientale, sovrappopolazione urbana, divaricazione crescente tra ricchi e poveri.  Analfabetismo, militarismo, desertificazione e abuso del territorio. Invasione incontrollata di prodotti a basso costo Cinesi, governi dittatoriali e corruzione diffusa, populismo e slanci nazionalistici. Conservatorismo religioso che si fa tutt’uno con ripiegamenti identitari più o meno fittizi e pretestuosi. La minaccia del terrorismo che legittima leggi speciali e uno stato d’emergenza che si protrae dall’assassinio del penultimo presidente, Sadat, avvenuto nel 1981. Un interessante ed esasperato concentrato di mondo insomma, che incuriosisce e interroga, anche in vista delle semi-democratiche elezioni presidenziali previste per il prossimo anno. Staremo a vedere cosa succederà nella più grande porta d’ingresso del Medio Oriente. Gigantesca pentola a pressione che comincia a dare segni d’inquietudine per le decennali disillusioni e frustrazioni subite dalla popolazione, dai tempi della modernizzazione forzata di Nasser. Un marasma dove le associazioni caritatevoli e assistenzialistiche islamiche, hanno buon gioco nel sostituirsi ad uno Stato assente, giustamente percepito come lontano e corrotto, per affermare e rafforzare ideologie legate alla Sha’rìa coranica più moralistica e conservatrice.

 Ai bordi di questo vorticoso microcosmo si trova la Sfinge. Forse la più misteriosa ed affascinante creazione dell’antichità. Chiamata in arabo “il padre del terrore”, come una materializzazione dell’inconscio, muta sentinella tra la vita della città e la morte delle piramidi e del deserto, da millenni assiste impassibile alle follie di un’umanità, oggi alle prese con le condizioni spaventose di una deriva ecologica fuori controllo.

                                                                                                                                        Nicola Cameruccio

           (il racconto di viaggio è stato scritto prima della Rivoluzione, la rivolta egiziana del 2011)

 

 

[1]           Letteralmente “punk a vapore”, variazione sul più noto movimento letterario “cyberpunk”.

[2]          (da Wikipedia) I testi distòpici appaiono come opere di avvertimento, o satire, che mostrano le tendenze attuali estrapolate sino a conclusioni apocalittiche. La differenza con l’utopìa sta quindi nel fatto che la distopìa si basa su una società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi ad una discontinuità storica.

[3]           “Al dunia” in arabo indica il mondo degli uomini, distinto dal pianeta geografico (‘alam) e contrapposto al mondo celeste. A volte usato nel gergo popolare un po’ con l’accezione del nostro “valle di lacrime”.

[4]           Khaled Al Khamissi Taxi. Le strade del Cairo si raccontano. Il Sirente, 2008.

 

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