il palazzo della filanda e una piazza da ritrovare

 

“La piazza ritrovata”. Questo si legge in verticale su striscioni appesi ai lampioni finto-ottocento che riquadrano la Piazza del Duomo (Piazza Garibaldi), per l’occasione del suo rifacimento. Non so bene cosa significhi ritrovare una piazza della quale mai mi ero dimenticato, avendoci trascorso un’infanzia intera. Ma proverò a dare un senso a questo slogan fin troppo celebrativo e a ritrovare qualcosa. La Filanda. “La Filandra”, come la chiamavano i senigalliesi di una volta assimilando la parola alle esigenze della loro fonetica dialettale. Più propriamente “Palazzo Micciarelli”.

Il concittadino Vito Procaccini Ricci, l’aveva visto nascere ed era entusiasta dell’opera e del suo autore.

«In architettura vi sono uomini insigni, i quali professano eccellentemente bene questa nobile arte, ed in particolare il Sig. Pietro Ghinelli, il cui merito spicca bastantemente nel teatro di Pesaro, del quale fu autore, e nel palazzo Micciarelli in Senigallia, che far potrebbe la sua bella comparsa in qualunque metropoli».

Vito era geologo, ma non disdegnava di parlare di belle arti. Quando scriveva, nel 1820, l’architetto senigalliese era sessantunenne ma non aveva ancora compiuto la gran parte delle sue opere: non ancora il Teatro La Fenice (1818-1830) e non ancora il Foro Annonario (1830-1835).

Palazzo Micciarelli, però, aveva come data d’inizio il 1805; e tuttavia – sarà forse perché il palazzo appare quasi dimezzato dal terremoto e ha per questo perso parte della sua monumentalità – la città non è stata mai troppo sollecita nel connettere l’opera al suo ideatore.

Lo fa con buona lena e proprietà Mariella Bonvini Triani in un volumetto espressamente dedicato a I Ghinelli a Senigallia, il cui sottotitolo recita, significativamente “il monumento, la memoria, l’oblio”.

“Al capo opposto della cosiddetta “spina dei portici” – scrive Mariella – si ammirava un’altra importante testimonianza di Pietro [Ghinelli]: qui si impone infatti, per la monumentale, armoniosa geometria, la cosiddetta “Filanda”, degna di figurare – almeno agli occhi di chi gode dalle finestre di casa l’esclusivo privilegio di contemplarla da spigolo a spigolo – tra gli scorci prospettici dell’emblematica “Città ideale” del Rinascimento urbinate. Anch’essa è stata vittima del terremoto del 1930, che l’ha privata dell’ultimo piano e dell’altana sulla facciata, ma permane tuttora, maestosa ed aristocratica presenza, dominante sulla grande piazza”.

Il racconto di Mariella restringe in due pagine la storia del palazzo, fatta di  diversificazione degli usi e di sorprendenti mutamenti.

“Risale al 1805 il progetto di Pietro per un palazzo a corte, porticato nei quattro lati, destinato a completare la piazza del Duomo che era fulcro del nuovo, blasonato quartiere creato dalla seconda Ampliazione per residenti di alto rango. Committente ne fu Vincenzo Micciarelli, intraprendente e ambizioso esponente della borghesia jesina, che aveva ottenuto dal Consiglio Generale dei Nobili in cessione gratuita una porzione edificabile del terreno già posseduto dai conti Antonelli, a condizione però che riservasse all’uso pubblico i locali necessari per ospitare la biblioteca del cardinale Nicola [oggi Antonelliana] e l’abitazione del bibliotecario”.

Malauguratamente, però, Vincenzo Micciarelli incorse in una serie di disavventure finanziarie che gli impedirono di completare il palazzo. Il quale doveva essere comunque completo almeno nelle strutture portanti e nella facciata, se Vito Procaccini Ricci ne poteva parlare con tanto entusiasmo nel 1820.

Fatto sta che Domenico, figlio di Micciarelli ed erede delle sue pericolanti fortune, propose nel 1830 al Gonfaloniere della città di comprare il palazzo per realizzarvi una Pescaria e di una Beccaria, contro il parere di Ghinelli che  voleva entrambe vicine al suo Foro Annonario.

Il Comune però, come anche oggi avviene, non aveva soldi, e in mancanza di quelli pensò bene di bandire una lotteria il cui premio fosse appunto il palazzo. Non se ne fece niente. Fu l’intervento di un signore romano, Cesare Lovatti, a completare l’opera, nel 1835.

In quell’anno Ghinelli era già morto: non prima però di avere dato prova delle sue qualità  “ideando un teatro provvisorio in legno da erigersi proprio nella corte del Palazzo Micciarelli, seppure incompleto, dal momento che i lavori di costruzione del nuovo teatro non erano ancora ultimati.

Poi il palazzo passa di mano. Lo rileva un tale Corrado Hoza e lo trasforma in filanda della seta. L’attività si protrae dal 1867 al 1930, l’anno del terremoto. “Tre generazioni di donne e bambine impegnate in un durissimo lavoro, con turni fino a sedici ore quotidiane”.

Ne scaturì una ricetta culinaria: le filandare portavano a casa “patate già cotte” nelle vasche colme di acqua bollente per la scopinatura di bozzoli e poi le passavano in padella con olio, sale, aglio e rosmarino”. Questo viene da una testimonianza orale che Mariella Bonvini Triani ha potuto raccogliere. E anche questo si chiama storia.

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                               Leonardo Badioli

 

 

 

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