La bellezza e l’identità culturale

 

la bellezza e l'identità culturale
Gli orpelli spesso hanno la pretesa di chiamarsi arredo urbano e vengono aggiunti nell’ingenua illusione di abbellire il luogo.

“A proposito della distruzione metodica della bellezza in Italia negli ultimi quarant’anni – scriveva Raffale La Capria nel 1999 – e della trasformazione di luoghi bellissimi in non luoghi senz’anima che dell’antica bellezza conservano solo i nomi, va precisato che la Bellezza di cui si parla non è un fatto puramente estetico, ma ha a che fare con la nostra più segreta identità e con la nostra memoria immaginativa, che, come ognun sa, è quella che ci accompagna nelle varie età della vita ed è legata ai nostri ricordi più cari, ai nostri sogni, alla nostra fantasia e alle nostre facoltà creative, alle nostre energie spirituali”.

Così quando se ne va un pezzo di questa bellezza, paesaggio urbano o rurale, monumento d’arte o altro, se ne va una parte della nostra identità, della nostra immaginazione, della nostra ispirazione, quella ispirazione da cui l’Italia da secoli trae sua creatività e la sua unità, ancor prima che gli derivasse dalla comune coscienza politica. E se si perde il patrimonio della bellezza, si perde anche una risorsa economica: purtroppo la tutela e la creazione della bellezza si muove su tempi lunghi, che non sono proprio i tempi del consenso elettorale.

Ma la bellezza non viene distrutta solo lasciando alla rovina i suoi monumenti; c’è un modo più stri-sciante e silenzioso, che è quello di nasconderla e ignorarla. Ecco allora che per essere percepita e goduta pienamente ha bisogno innanzitutto di visibilità e monumentalità, cioè di una visuale libera da ingombri, superfetazioni, ornamenti vegetali e orpelli di qualsiasi natura, e questo vale soprattutto per i centri storici, dove gli orpelli spesso hanno la pretesa di chiamarsi arredo urbano e vengono aggiunti nell’ingenua illusione di abbellire il manufatto o il luogo. Certamente i luoghi abitati, ma anche gli spazi rurali, hanno bisogno di infrastrutture per la vita sociale ed economica ed è inevitabile che questi in una certa misura possano entrare in conflitto con il paesaggio; ma pensare che possano aggiungere bellezza è un’ingenuità. E allora la cosa più saggia sarebbe quella di attenuare il loro impatto, scegliendo forme e colori neutri e poco invasivi, concentrandoli in spazi ridotti ed idonei e soprattutto evitando il ricorso al falso d’epoca.

Di fronte a certe scelte giudicate discutibili ci si giustifica spesso col dire che il bello è soggettivo; ma si tratta appunto solo di una giustificazione. Se affidassimo il giudizio estetico al senso comune, dovrem-mo cancellare gran parte della storia dell’arte. E’ ancora presto per dire se a Senigallia il Piano Cervellati abbia segnato veramente un’inversione di tendenza, anche perché i piani servono a poco, se non vengono attuati con competenza e sensibilità e soprattutto se non c’è la volontà e l’umiltà di cercare le soluzioni più idonee, anche ricorrendo alla concertazione. L’esempio classico della mancanza di tutto questo è offerto sempre dalla ormai fin troppo vituperata Piazza del Duca, dove si è accumulato un vasto campionario di cose di gusto discutibile, fra cui l’illuminazione, per la quale non è stata mai ricercata una soluzione efficace e meno invasiva, in grado di valorizzarne la monumentalità. Ma anche altrove, tanto per rimanere in argomento, l’utilizzo di massicci pali metallici di colore nero con lunghi bracci trasversali al posto dei tradizionali sostegni di colore grigio argento non contribuiscono a migliorare il paesaggio.

Fra l’altro le soluzioni più sobrie costano anche di meno. Quello che conta non è la “qualità dei mate-riali” (a Senigallia si fa un gran spreco di pietrame), ma la qualità del progetto. In tempi di bilanci difficile si può valorizzare i monumenti, dalle mura, alle porte, alle piazze, anche con poca spesa, se c’è la giusta sensibilità: cominciando ad esempio con il liberare dagli ingombri la veduta della bella porta Lambertina (porta Fano) e delle mura lungo via Leopardi, con il ripristinare il selciato di porta Mazzini e di altri luoghi, con il mettere mano ad una regolamentazione degli spazi pubblicitari nell’area del centro storico, con l’evitare “ardite” soluzioni architettoniche che snaturano le architetture (vedi Villa Bucci) e soprattutto dando il via finalmente al tanto preannunciato Piano delle Mura. Ma questo strumento, preannunciato da tempo tarda ad arrivare e non si capisce il perché.

Intanto procedono progetti importantissimi al di fuori di un contesto normativo, quali quelli del bastione Porto, del bastione della Penna e soprattutto quello dei Giardini Catalani, dove una esagerata stesa di pietra stringe in una morsa il poco verde rimasto e molte delle nostre proposte, prima fra tutte quella di abbassare la quota del prato per liberare la veduta delle mura, sono state disattese.

       

                                                                                                                                     Virginio Villani

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