LA MIA FAMIGLIA EBREA

 Racconto breve della vita familiare di Wanda Coen

 

 

la mia famiglia ebrea
Wanda Coen con il marito Manlio Badioli

 

Nel ’21 a Foligno abitavamo fuori porta Firenze, davanti al Topino, in una villetta rossa con fregi di cotto alle finestre, costruita dall’ingegner Wermuth, tedesco, che l’aveva dotata di cose allora meravigliose: vetri allo smeriglio, stanza da bagno con vasca e water con lo scarico a pulsante, e un giardino cinto di pini, siepi di rose tea, di matersilva, di passiflore, con due aiole centrali bordate di rose delle specie più belle (a Pasqua venivano dalla chiesa a prenderne a canestri) attorno a due palme, una da datteri, l’altra da cocco sulla quale mio fratello Tino si arrampicava come un gatto quando la mamma lo minacciava di metterlo in castigo. Le aiole di cinta orlate di sassifraghe e di salvia, fiorite di primule, giacinti, narcisi, un boschetto con piante rare che davano fiori come corone di pavoni; una magnolia odorosa; un frutteto con alberi di ciliegie, visciole, albicocche, prugne, mele e nespole del Giappone – se ne facevano marmellate per tutto l’anno – un pollaio con canalette d’acqua, la nostra passione: ci nascevano i pulcini, gli anatroccoli, i tacchini; e un bellissimo gallo faceva compagnia alle galline.

Foligno era per noi il giardino col cancello, le oche che portavamo a fare il bagno nel Topino, Canapè, San Feliciano, il grande presepio animato a San Francesco, la torre con le civette (il “Cucugnàu”, “la civetta”, era il lunario famoso della città); le prodezze del tedesco Strohschneider, che camminava su una fune tesa fra gli alti palazzi della Piazza; le passeggiate con la mamma verso Bevagna, a Spello (i tre bambinetti scolpiti sulla porta romana); i viaggi in carrozza alle Fonti del Clitunno e alle cascate delle Marmore, e, per me, la maestra Placchesi e l’ingresso al ginnasio (con molte arie e una spaventosa timidezza).
Lungo la via Firenze c’erano ville di commercianti e professionisti; alle spalle la campagna: i figli dei contadini cantavano “bandiera rossa” quando passavano in automobile con i fucili le camicie nere.
Da Foligno papà mi portò un giorno a Firenze: a Terontola scendemmo per veder passare tutto infiorato il treno che portava a Roma la salma del Milite Ignoto. Suonavano gli inni nazionali, il Piave e la Marcia Reale.

A Firenze, in una casa tutta linda ho conosciuto gli zii di papà, Esterina e Michelangelo, due vecchi signori minuti e gentili come uccellini; zia Esterina era famosa nel parentado per i suoi piedi piccolissimi, che avevano creato un problema quando si era sposata, non trovandosi scarpe da sposa adatte.
Quello fu il primo incontro con la famiglia paterna: poi una volta venne il nonno Benedetto a trovarci a Foligno: a me sembrava severo, ma so che era stato vivace come Tino: diventando man mano lui adulto, si somigliavano sempre di più: come due gocce d’acqua. Poi vennero per qualche giorno Aldo e Elsa (Cuccù e Coccò), i cuginetti di Roma, figli di zia Ada. Noi ci divertivamo a spaventare la piccola Elsa, che spalancava gli occhioni, minacciandole il clistere, il sadico strumento che la mamma metteva in azione per le nostre indigestioni.

Infine ci siamo trasferiti a Roma, lasciando quel mondo incantato, dopo avere ammazzato a uno a uno gli animali, abbandonato piante, fiori, frutta, il Topino, e l’infausto circolo cittadino dove papà, giocatore di scacchi, era stato trascinato in un tranello da un campione camuffato. La famiglia s’era trovata in una dura necessità – ma noi bambini non ne sapevamo niente – che fu tamponata dal generoso intervento dello zio Guido.
A Roma siamo andate ad abitare in una casa molto più modesta, alla Barriera Nomentana, nel nuovo quartiere dei ferrovieri, nella valle dove scorreva la Marana (celebrata poi dai romanzi di Pasolini e dai film di Alberto Sordi), che scendeva verso l’Aniene, sotto i boschi di Villa Savoia. C’erano molti eucaliptus, e anche la malaria: ci distribuivano gratis il chinino, e tutta la famiglia si ammalò comunque. I contadini della valle erano gialli e avevano gli occhi lucidi; nelle notti d’inverno si sentivano gli ululati di un lupo mannaro.

Noi andavamo a scuola al “Tasso”. In via Flavia c’era casa dei nonni, al settimo piano, con i terrazzini sul cornicione che mi davano le vertigini. Lì ho conosciuto e amato l’affettuoso, chiuso, esasperato mondo ebraico dei nonni Coen, Stellina e Benedetto, cugini fra loro.
La casa era grande, la nonna piccolina e mitissima non aveva mai sgridato un figlio. Il nonno faceva le sfuriate a vuoto come papà.
La famiglia dei nonni veniva da Ancona, dove era stata titolare di una antica ditta commerciale (S. di B. Coen); poi il nonno si era rovinato in una speculazione sulle tenute dei Torlonia a Poggio Mirteto. Adesso in famiglia il tenore di vita era molto decoroso ma senza larghezza. Vi si parlava un gergo romano-giudìo.
Vivevano nella casa zia Ada, la sorella più amata di papà, bella, alta, grandi occhi e capelli neri lucidi e ondulati divisi nel mezzo, già in via di separazione dal marito, uomo estroso e randagio. Lei era molto intelligente, ironica e amara, ma carica di vita pur rinchiusa fra le pareti della casa. Morì di tisi poco dopo papà.
I suoi due figli, Aldo e Elsa, avevano un po’ i caratteri dei genitori, Aldo di ingegno stravagante, Elsa piccoletta, lucida e ironica, con grandissimi occhi e un bell’arco di labbra sopra una fila di denti.
E c’era zia Giulia, scontrosa e imbruttita nella sua cera scura di donna poco dotata, votata alla devozione verso la sorella infelicemente sposata. E poi zio Ettore, il fine, dolce, silenzioso zio Ettore, che morì anche lui di tisi in un sanatorio di Formia: si diceva, per non aver voluto dare ai genitori il dolore di sposare una cristiana che amava, come invece aveva fatto mio padre.

la mia famiglia ebrea
Olga Coen

Durante le feste venivano zio Guido e zia Olga, generosi protettori di Ada e dei suoi figli: lui era un ricco e abile commerciante di grani, lei una padovana bionda e bianca di carnagione, azzurra di occhi, molto curata nella persona e nell’eleganza, cordiale, simpatica, sbrigativa: avvivava l‘ambiente con la sua vivace parlantina veneta, e teneva a bada energicamente la truppa dei ragazzini: i suoi figli, il bellissimo Mario e lo sveltissimo Renzo, e Aldo e Elsa, e noi quattro, Umberto, Wanda, Tino e Gina.
Venivano anche i fratelli di nonna, Davide, Michelangelo, Raffaele, Beniamino, raffinati signori di antico stampo ebraico: zio Beniamino era un collezionista di oggetti strani, ventagli di tutte le fogge, amuleti, dita di profeti; Raffaele e Michelangelo avevano sposato due sorelle, zia Elena e zia Esterina, parenti dei Coen dei famosi negozi di via del Tritone. A zia Elena era legata l’eredità di Raffaele, ma lei, piccola, fine, gentile, si spegnerà vecchissima, quando gli eredi diretti saranno già tutti morti e l’eredità frantumata.

Erano belle le feste in casa dei nonni: sulla porta d’ingresso c’era una tavola dipinta con le due mani benedicenti dei Coen; a Pasqua la zia Ada faceva gli azzimi e le erbe amare, i pesci di marzapane ricoperti di cioccolata, e tirava fuori la marmellata di cotogne.
Noi bambini stavamo da una parte della grande stanza da pranzo che riceveva luce dal ballatoio o veranda, su cui si allineavano la lavanderia, la cucina e i servizi; sedevamo in fila su due divanetti di paglia di Vienna, e ci divertivamo molto: recitavamo scene umoristiche a cui contribuiva molto la fantasia scanzonata di zia Ada: fingevamo matrimoni duranti i quali all’improvviso la sposa partoriva un cuscino che portava sulla pancia, e finiva per terra facendosela sotto dalle risate.

Poi si andava sulla terrazza sul tetto, che metteva paura con quegli strapiombi, a fare un chiasso del diavolo, finché arrivava zia Olga a metterci tutti a posto con perentoria energia.

Quand’era Festa dei Tabernacoli papà ci portava al Tempio, dove le donne stavano nel matroneo, e in basso gli uomini e i bambini parlavano e facevano un brusio come al mercato; finché veniva il momento della benedizione: allora anche noi bambine scendevamo a ricevere la benedizione paterna sotto il taled di papà, nell’atmosfera di grande emozione che creava il suono del corno.
Poi uscivamo nel ghetto pieno di rigattieri e di grossisti di chincaglierie e mercanzie di ogni genere, fra le bancarelle dei dolciumi.
Ma noi quattro fratelli non eravamo né ebrei né cristiani. Non avevamo una religione, anche se papà e mamma ci avevano nutrito con il racconto di tante storie affascinanti del Vecchio Testamento.
A un certo punto la mamma ci fece battezzare; ma la religione non era mai stata vissuta da noi nei suoi riti, nell’intimità delle feste, nella ragione essenziale: eppure sento che non c’è cosa più grande per l’uomo: niente è più grande della Creazione; niente è più alto del Vangelo di Cristo.

A Roma il 28 ottobre del ’22 la scuola fu chiusa all’improvviso perché dalla via Nomentana stava entrando a Roma per Porta Pia la marcia delle camicie nere.
Nel nostro quartiere i ragazzi di 15, 16, 17 anni portavano le camicie azzurre di nazionalisti, o quella nera dei fascisti. Era un quartiere di impiegati. Ma gli operai delle ferrovie erano comunisti, e ben presto vennero i licenziamenti, e nei magazzini delle ferrovie scoppiavano incendi.
Alla fine del ’25, proprio in seguito a un incendio di un magazzino di Trastevere, papà, che era capo del magazzino, subì un processo dal quale risultò la sua estraneità ai fatti. Fu a quel punto che ci trasferimmo a Verona.
Mi piangeva il cuore di avere lasciato una così bella città, dove lasciavo professori e amiche amatissime; e Villa Borghese dove noi andavamo a giocare. Il prof. Sbaderoni ci accompagnava a vedere e illustrava meravigliosamente i fori e le splendide chiese, facendoci vivere la romanità e la cristianità. Là vedevamo arrivare i reali di tutto il mondo per il Giubileo del Re. Mi era rimasto impresso Ras Tafari, il futuro Negus Hailè Selassiè, nero, con la barba nera e un manto color ametista; e per il giubileo papale la folla straripante per le viuzze che conducevano a San Pietro, prima che l’urbanistica imperiale le atterrasse; Verona mi pareva un paese in confronto a Roma: ero troppo giovane e ignorante per capirne la bellezza.

Con i parenti romani abbiamo sempre mantenuto rapporti affettuosi. Per le leggi razziali i nostri cugini erano stati estromessi dall’esecito, dalle scuole. A mio fratello Umberto, capitano dei bersaglieri, era stato proposto di cambiare il cognome e di assumere quello della moglie, con una secca reazione di diniego da parte sua. Aldo ed Elsa, laureati, s’erano messi a insegnare nelle scuole israelitiche; Mario e Renzo, che erano professionisti e avevano relazioni in ambienti elevati, riuscirono a vivere nascosti; ma Olga e Guido furono deportati ad Auschwitz, e di loro non abbiamo saputo più niente: due lapidi li ricordano nel cimitero israelitico.
Finita la guerra Aldo e Elsa, con Glauco, Lina e i loro figli, si stabilirono in Palestina, al seguito degli ebrei palestinesi che erano venuti a Roma con le armate inglesi. Alla nascita dello Stato di Israele, nel ’48, anche mio fratello Tino emigrò là. Aveva partecipato alla guerra con l’intelligence americana, sbarcato con un sommergibile nei pressi di Trieste, catturato dai tedeschi, fuggito durante un bombardamento dal treno che lo portava al campo di concentramento, riparato presso i partigiani ma non riconosciuto a causa della falsa idetità e dunque scampato a malapena alla fucilazione; e poi, finita la guerra, sempre a causa della doppia indentità non riconosciuto nemmeno come resistente, non sapeva più cosa fare.
Era marinaio, e trovò posto come marconista nella nave “Zim”. Ogni volta che sbarcava in Ancona veniva a trovarci. Allegro e buontempone come sempre, ritrovava volentieri i luoghi e le voci con una partita a bocce e un bicchiere di vino di campagna.
La sua tomba si trova nel cimitero di Haifa.

                                                                                                 
pubblicato anche su  www.librisenzacarta.it                                                                                                                                 

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