la quercia roveresca

 

 

di Flavio e Gabriela Solazzi

I primi documenti che identificano il casato Della Rovere risalgono al 1086 e lo collocano nel Torinese, dove i suoi appartenenti svolgono una riguardevole e proficua attività nel campo mercantile e finanziario.

Il suo insediamento nel territorio culminò con l’assegnazione del feudo di Viconovo (l’odierna Vinovo cara agli juventini), con la costruzione del castello di famiglia che inalberava lo stemma identificativo ed esclusivo del casato: la quercia dorata su fondo azzurro. Nel 1692 con la morte dell’ultimo discendente della famiglia il feudo passò nelle mani dei Conti delle Lanze.

La progressiva ascesa sociale, sempre sostenuta da un notevole censo, si era realizzata utilizzando il doppio binario ecclesiastico e politico. Papiniano Della Rovere, vescovo di Novara (1296-1300) e poi di Parma, aveva percorso anche una significativa carriera presso la Corte Pontificia, con incarichi prestigiosi come quello di Cappellano di Bonifazio VIII e di Vice Cancelliere di Sacra Romana Chiesa. Altri membri della famiglia si erano distinti come giureconsulti, diplomatici e consiglieri finanziari sempre presso la corte dei Savoia, sotto la cui protezione la dinastia era fiorita, arricchita e nobilitata. Rivestiva infatti la carica di consigliere del duca di Savoia quel Della Rovere signore di un castello divenuto una delle maggiori residenze nobiliari dei dintorni, titolare di un cognome e di uno stemma per i quali le sorti della famiglia torinese si avviarono ad intrecciarsi con quelli di Francesco, il futuro Papa Sisto IV.

Francesco era nato nel 1414 nel territorio di Savona da genitori modesti, se non addirittura poveri. Suo padre Leonardo era un pescatore e il suo cognome Della Rovere non deponeva certo per distinzioni nobiliari né agi finanziari presenti o riconducibili a qualche antenato. All’età di nove anni Francesco era entrato nel convento dei Francescani di Savona, iniziando un percorso di studi che lo portò anche a Padova e Bologna e si completò a Padova con la laurea in Filosofia e Teologia. Considerato teologo acutissimo ed oratore egregio, a cinquant’anni divenne Ministro Generale dell’Ordine Francescano. Non risulta agli studiosi che in tutto questo arco della sua vita egli (e tanto meno qualcuno dei suoi consanguinei) abbia espresso interesse a sollecitare il riconoscimento di legami dinastici con l’antica nobiltà del Piemonte; secondo la maggior parte delle fonti storiche tali vincoli non sarebbero mai esistiti.

Nel 1467 Francesco fu creato cardinale: di conseguenza doveva vivere a Roma come gli altri Principi della Chiesa, con il decoro, anzi il lustro e le relative spese che la nuova posizione comportava. In questo periodo sono documentati rapporti tra il cardinale e i Della Rovere piemontesi, cui il prelato si rivolgeva per avere aiuti finanziari diretti o per chiedere di intervenire presso il duca di Savoia per ottenerne un sostegno economico e la sponsorizzazione per essere investito di cariche ecclesiastiche che potessero farlo uscire dalle ristrettezze finanziarie. “I nobili piemontesi della Rovere […] gli diedero la facoltà di assumere il loro cognome, ed anzi lo stemma gentilizio; ed ei volle che lo assumessero tutti quelli del suo casato” (Casalis G., Storie del Piemonte, 1846). Nel 1471 Francesco venne eletto Papa con il nome di Sisto IV e per suo tramite lo stemma inizialmente dei soli Piemontesi passò ai Della Rovere di Senigallia e quindi di Urbino.

Forse all’antica nascita all’ombra dei Savoia e alla recente acquisizione dello stemma robureo potrebbe avere alluso Pietro Bembo, scrivendo da Urbino nel gennaio 1506 al Cardinale Galeotto della Rovere: “Io all’ombra di un albero mi son posto, e per la poca età molle e dilicato, e per lo molto umore che egli dalle sue radici piglia, crescente e moltiplicante la sua bella e salutifera ombra abbondevolissimamente di giorno in giorno”.

 

 

 

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