SIGNORE, POLITICO E CAPITANO D’ARME

 

di Virginio Villani

Fra i tanti personaggi dimenticati della storia (mentre altri di minore rilievo sono gratificati spesso di una notorietà che non meritano) vi è sicuramente anche il conte Nicolò di Buscareto, vissuto fra il 1320 e il 1370 circa. Proveniva da una antica stirpe di origine feudale della valle del Misa, che agli inizi del ‘200 aveva posto il centro del proprio dominio sul colle di Buscareto al confine del territorio di Montenovo (od. Ostra Vetere) verso Montalboddo (od. Ostra), edificandovi una residenza fortificata (castrum). A questa famiglia solo il comune di Belvedere Ostrense ha intitolato uno spazio urbano a testimonianza di quasi due secoli della sua storia, e cioè dalla fine del sec. XII ai primi del ‘400, quando ebbe fine il vicariato dei Buscareto sul castello. Eppure Belvedere non fu il solo comune a veder intrecciata la propria vicenda storica con l’uno o l’altro esponente di questa famiglia. In compenso, anche se non disinteressatamente, ci ha pensato una nota casa vinicola della valle Misa a perpetuare la memoria dei Conti di Buscareto nella denominazione della propria ragione sociale. Non resta allora che auspicare che questo omaggio indiretto possa servire a suscitare in qualcuno la curiosità di saperne di più e che chi ha utilizzato questa denominazione a fini commerciali senta il dovere di far conoscere questa storia, se non altro per pagare un debito morale nei confronti di un protagonista che non può più vantare diritti d’autore.

Intanto, avendo io dedicato all’argomento una pubblicazione quasi un ventennio fa, mi piace qui ricordare quello che è stato sicuramente il più noto dei suoi esponenti: Nicolò figlio di Bisaccione, detto più comunemente Nicolò di Buscareto, un personaggio di notevole statura umana, militare e politica e protagonista indiscusso per circa un ventennio fra il 1340 e il 1360 della storia dei comuni della valle del Misa.

Nicolò approda alla vita politica nel 1332 come podestà di Montenovo (Ostra Vetere), allorché la sua famiglia era tornata in buoni rapporti con la Chiesa dopo la lunga militanza del nonno e zio dalla parte ghibellina. Nicolò è l’interprete della riappacificazione, suggellata dall’alleanza con i Malatesti e con la lega guelfa. Il suo obbiettivo però non è diverso da quello degli altri i signori che militano sull’opposto versante: crearsi una signoria personale, anche a rischio di entrare in collisione con  il governo ecclesiastico. Secondo il Biondo nel 1342, al pari di altri signori nelle rispettive città, sarebbe stato creato dall’imperatore Ludovico il Bavaro vicario imperiale di Jesi. La notizia non trova riscontri documentari, ma è sicuro che la sua ascesa politica ha inizio proprio quell’anno, quando unisce alla podesteria di Montenovo quella di Serra de’ Conti, che conserva poi per vari anni, trasformandole ambedue signorie personali.

Nell’intento di allargare il suo orizzonte politico nel 1347 aderisce all’ampia alleanza che fa capo a Malatesta Malatesti, partecipando con altri signori di parte guelfa alla conquista di Osimo. Nella valle del Misa si affacciano però anche le ambizioni di Alberghetto Chiavelli di Fabriano, una potente famiglia ghibellina che controlla la podesteria di Rocca Contrada (Arcevia) e mira ad espandersi verso valle. Il primo obbiettivo di Alberghetto è Serra de’ Conti persa un decennio prima, e proprio nell’ottobre 1347, profittando dell’assenza di Nicolò, assale e occupa di sorpresa il castello. L’avvenimento sembra segnare una battuta d’arresto per il Buscareto, delle cui vicende non si sa più nulla fino al 1352, quando, probabilmente con l’appoggio della guelfa Perugia riesce a recuperare Serra de’ Conti e a sottrarre al Chiavelli anche Rocca Contrada.

A questo punto né Nicolò, né Alberghetto, né tutti gli altri signori agiscono più isolatamente, costretti come sono a muoversi in un contesto di alleanze le cui fila sono tirate altrove e che vedono contrapposti i Visconti di Milano e i loro aderenti ghibellini da una parte e le città comunali tradizionalmente guelfe di Firenze, Siena e Perugia dall’altra. Il confronto assume il carattere di guerra aperta nel 1350, quando dopo l’acquisto di Bologna, l’arcivescovo Giovanni Visconti signore di Milano comincia a minacciare sempre più da vicino la repubblica fiorentina. Firenze reagisce cercando l’alleanza di Siena, Arezzo, Perugia e città di Castello e i loro collegati, mentre il Visconti si assicura l’appoggio delle casate feudali dell’Appennino tosco – romagnolo, dei Montefeltro e di una numerosissima serie di altri comuni e signori fra Romagna, Umbria e Marche. I Malatesti evitano di essere coinvolti direttamente nel conflitto, preoccupati soprattutto e solo di espandere il loro dominio nella Marca, ma molti dei loro aderenti si schierano apertamente con Perugia. 

Il quadro della situazione è reso con molta chiarezza dai capitoli della pacificazione che a Sarzana (vicino La Spezia) nel marzo 1353 segna la fine delle ostilità. Dalla parte dei Visconti troviamo quasi tutti gli esponenti della nobiltà legata alla tradizione ghibellina: i Chiavelli di Fabriano, i Simonetti di Jesi con Serra S. Quirico, Gentile di Mogliano con Fermo, gli Ottoni di Matelica e il conte Nolfo di Montefeltro. Dalla parte di Firenze e Perugia troviamo le signorie tradizionalmente vicine ai Malatesti e quindi di fede guelfa, i Varano di Camerino con i loro castelli, Smeduccio di S. Severino, i Mulucci di Macerata, gli Atti di Sassoferrato, i Baligani di Jesi, i Cima di Cingoli e infine Nicolò di Buscareto con Serra de’ Conti, Montenovo, Rocca Contrada e Corinaldo.

La signoria che Nicolò aveva su questi comuni aveva un carattere pacifico, essendo stata ottenuta sicuramente con un ampio consenso interno, come testimonia il permanere dei castelli sotto l’obbedienza della Chiesa. La presa di potere era avvenuta attraverso l’assunzione della podesteria a tempo indeterminato, in genere con il consenso del ceto dirigente, al fine di sedare i contrasti interni e garantire la difesa del castello dalle minacce esterne.

Ma l’anarchia politica che regnava da un cinquantennio nelle terre della Chiesa per l’esilio della curia papale in Avignone era destinata a cessare con l’arrivo in Italia del cardinale Egidio Albornoz, che intraprendeva una decisa e vittoriosa azione di restaurazione del governo ecclesiastico. Fra il dicembre 1354 e il gennaio 1355 molti signori marchigiani, vista la mal parata, ritengono conveniente recarsi presso il legato papale in Umbria per fare atto di obbedienza e fedeltà, mentre il legato invia alla volta della Marca il proprio luogotenente Blasco de Belvisio, che punta direttamente su Recanati, liberandola dalla dominazione malatestiana.

Pacificata tutta la Marca meridionale, anche l’Albornoz entra nella regione e la sua avanzata spinge alla sottomissione anche gli altri signori marchigiani, fra cui Nicolò di Buscareto, che incontra il legato nel mese di marzo a Tolentino, mettendosi a sua disposizione e unendosi all’esercito della Chiesa. Attorno Recanati gli ecclesiastici si trovano a fronteggiare per la prima volta le milizie di Galeotto Malatesti e un cronista romano riferisce un episodio che aiuta a lumeggiare la forte personalità del Buscareto. Il Malatesti, che aveva con sé anche Gentile da Mogliano, venuto meno alla promessa di pacificazione fatta al Legato, tentò di tergiversare per prendere tempo e dissuadere l’Albornoz dallo scontro diretto. “Trovaose alhora – riferisce il cronista – co lo Legato uno gentilotto de la Marca, Nicola de Buscareto avea nome. Questo Nicola de Buscareto essenno presente a queste ammasciate disse: Signiore lo Legato, eh non conosciete la rottura de li Malatesti! Non te ne accuori ne le paravole soje Missore Galeotto è rotto, sperduto ? Non te ne può contrariare. Noà havemo vento. Legato infesta e non finare de turvare li Malatesta de Rimino, che Galeotto jà ene convento. Lo core li manca. Quesso me dimustra lo suo favellare. Per le paravole de Missore Nicola de Buscareto lo legato fò acceso de persequitare li Malatesta”.

In pratica il Buscareto esorta il legato a non farsi ingannare dall’atteggiamento del Malatesti e ad attaccarlo senza timore. E così l’esercito della Chiesa, che aveva ricevuto rinforzi anche dall’imperatore Carlo IV, assalì Galeotto alla fine di aprile a Paterno di Ancona, dove le milizie riminesi si erano fortificate, e le sconfisse dopo uno scontro durissimo. Ricorda ancora il cronista anconitano Oddo di Biagio che tra li altri fo quel strenuo et in facto d’arme experto homo Nicolò Buscareto. Il ruolo avuto da Buscareto in questi episodi, riferito da cronisti che non avevano certamente interessi encomiastici nei suoi confronti, delinea la figura di un personaggio ormai piuttosto noto nella regione e anche fuori, deciso e dotato di coraggio fisico, esperto nelle armi non meno di quanto lo fosse nella politica, in grado di riscuotere la fiducia dell’Albornoz, dal quale ai primi di aprile era riuscito ad ottenere condizioni abbastanza favorevoli per la sua signoria. Fra giugno e luglio a Gubbio il Legato concludeva la pace con i Malatesti, riconoscendo loro i diritti di signoria su Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone, come pure quelli di una serie di altri signori minori loro alleati, e rinviando ad un secondi tempo le questioni ancora in sospeso e da definire con altri signori e personaggi di parte guelfa, fra cui Nicolò da Buscareto.

Agli inizi di settembre tutti i comuni che avevano parteggiato per il Buscareto e ne avevano favorito la signoria, Belvedere, Montenovo, Serra de’ Conti, Rocca Contrada e Corinaldo, prestavano giuramento di fedeltà alla Chiesa, riconoscendo le proprie colpe e specialmente quella di aver favorito Nicolò da Buscareto ed averlo nominato protectorem, defensorem, gubernatorem et rectorem, il che conferma come l’ascesa al potere del signore fosse avvenuta con il consenso e la conferma dei gruppi dirigenti locali. Nicolò, Il 19 settembre Nicolò ratificava i patti concordati in forma privata e ufficiosa con il Legato nel mese di aprile, dopo il giuramento di fedeltà del precedente 24 marzo a Tolentino. Il documento si articolava in nove punti e il suo contenuto riflette il contesto politico del marzo precedente, allorché la situazione marchigiana era ancora incerta e la riconquista era appena agli inizi e quindi il Legato si trovava nella necessità di dover essere largo di promesse con i nuovi alleati.

Il documento conteneva in pratica l’assoluzione generale dei delitti politici commessi fino alla venuta del Legato e il mantenimento dei privilegi e benefici acquisiti presso le comunità, ma non il riconoscimento della signoria, cui Nicolò era costretto a rinunciare, pur conservando una certa influenza sui comuni già soggetti, soprattutto su Rocca Contrada. Così in tutti i comuni facenti parte della sua signoria vennero inviati podestà designati dalla curia provinciale e il Buscareto poté conservare solo il feudo di famiglia. A questo punto in Nicolò l’orgoglio nobiliare e il timore di perdere ogni peso politico prevalsero sulla prudenza dimostrata fino ad allora e non gli permisero di cogliere appieno l’evolversi della situazione storica; si lasciò così coinvolgere in un nuovo quanto sfortunato tentativo di ribellione, trascinando con sé anche Montenovo e Corinaldo, su cui aveva mantenuto evidentemente un più stretto controllo politico.

L’avvenimento che offri l’occasione per la ribellione di Corinaldo e di altre località della Marca fu il tentativo di Bernabò Visconti nel 1360 di riprendere Bologna, dopo che il suo vicario Giovani Visconti d’Oleggio l’aveva ceduta al card. Albornoz in cambio del vicariato di Fermo e della carica di rettore della Marca. Fallite le trattative diplomatiche, in marzo le milizie viscontee posero l’assedio alla città, mentre il signore milanese, profittando delle insofferenze diffuse nella Marca nei confronti del legato, anche a causa delle pesanti imposizioni fiscali rese necessarie dal perdurare delle operazioni di guerra, tentò di suscitare una sollevazione generale nella provincia, prendendone le fila e promettendo sostegno militare. La ribellione coinvolse Jesi, Fano, Ascoli Piceno e altri comuni e trascinò con sé anche i comuni di Corinaldo e Montenovo e il castello di Buscareto.

Il responsabile del coinvolgimento dei tre castelli fu chiaramente il conte Nicolò, come testimonia la partecipazione alla vicenda del feudo di Buscareto. Stranamente però le fonti documentarie non lo menzionano mai espressamente, forse perché impegnato su altri fronti al servizio del Visconti; fanno però riferimento al figlio Giovanni. Questo il breve cenno fa alla vicenda il cronachista fiorentino Matteo Villani: “…. essendo l’oste (cioè l’esercito) di M. Bernabò (Visconti)  a Bologna, de continovo faceva trattati in Romagna e nella Marca; et gli paesani per le disordinate gravezze che il Legato faceva loro si rammaricavano forte; onde a coloro che erano disposti a malfare ne cresceva la baldanza, e perciò a petizione di quelli di Buscareto, aspettando forze da M. Bernabò secondo le promesse, ribellarono un giorno all’uscita di luglio.

Particolarmente drammatico fu l’assedio di Corinaldo, difeso da Giovanni figlio di Nicolò, e contro il quale il Legato manda Galeotto Malatesti, comandante di tutte le milizie della Chiesa, e il suo nipote Blasco di Belvisio rettore di Bologna. L’assedio a Corinaldo si protrae per diversi giorni e la battaglia decisiva è combattuta nella notte fra il 17 e il 18 agosto. Tra la terza e la quarta ora di notte i soldati della Chiesa, che pongono l’assedio a Corinaldo, danno l’assalto alle mura del castello con le scale e con tutte le macchine da guerra che hanno con loro. Il castello è invaso e percorso dai soldati papali. Secondo i documenti del tempo, che offrono però un’immagine esagerata e amplificata dell’evento, centinaia di persone sono passate a fil di spada e la ribellione è soffocata con l’esterminio dei traditori e ribelli. Con la resa e l’occupazione del castello vengono imprigionate circa centosettanta persone destinate a misera fine. Dopo di che Corinaldo con le sue mura, con gli steccati di legno e le armature che la circondano è data alle fiamme e quasi completamente distrutta, mentre l’esercito si porta all’assedio di Montenovo, che avrà un destinato meno drammatico.

Le fonti non riferiscono delle conseguenze che la vicenda ebbe sulle sorti dei Buscareto, che scompaiono dalla regione per due decenni. Giovanni, l’unico che probabilmente partecipò alla difesa di Corinaldo, riuscì a salvarsi e qualche mese dopo fu messo al bando. La stessa sorte subì il padre Nicolò e tutta la famiglia, che fu privata di tutti i beni. Il bando prevedeva il confinamento di Nicolò in qualche luogo che non consociamo, all’interno o fuori della provincia, e a garanzia del rispetto dell’obbligo di residenza il conte offrì come fideiussori alcuni nobili ghibellini, fra cui Petrello figlio dell’altro grande ribelle Gentile di Mogliano, anche lui perseguitato dall’Albornoz fino alla fine dei suoi giorni.

Il Buscareto però ad un certo punto non rispettò gli impegni assunti e abbandonò il confino, che oltretutto gli impediva di esercitare il mestiere delle armi, la principale fonte di reddito per i nobili. Le conseguenze di questo suo gesto ricaddero anche sui nobili che avevano prestato fideiussione e  particolarmente su Petrello di Mogliano, il quale nel 1371, in virtù della sua età e della povertà, chiedeva di essere liberato insieme agli eredi dagli obblighi economici della fideiussione.

Frattanto il Buscareto finì al servizio del comune di Perugia, che nel 1367 lo nominò capitano o commissario delle sue milizie sotto il comando del tedesco Enrico Paier. Anche in questo caso il nobile marchigiano mostrò la temerarietà e il coraggio che gli erano propri e in occasione della sconfitta che subirono i Perugini nel marzo di quell’anno al Ponte di S. Giovanni per opera di Giovanni Acuto le cronache narrano che … niuno trasse la spada dal fodero, fuori che il capitano Nicolò di Boscareto, li quali furono buoni uomini, e vi morì un nepote del detto Nicolò…. Tuttavia il Buscareto fu fatto prigioniero insieme al capitano generale e a Bulgaro da Marsciano e condotto a Pisa dalla compagnia inglese, dove fu riscattato dai Perugini, i quali lo confermarono nell’ufficio e nel 1368 lo nominarono capitano generale.

Nel maggio 1369 le truppe papali assalirono Città di Castello, ma … non  osarono affrontarsi con le truppe di Nicolò Buscareto. Ricomparvero nel seguente mese le insegne papali con quattromila cavalli e molti fanti al ponte S. Giovanni, di cui assalirono e distrussero i molini e, ricacciati di là dal ponte da Boscareto, andarono a compiere la ruina di Colle Strada…. Il Buscareto continuò a partecipare a varie azioni di guerra fino al mese di agosto, quando risulta che venne sostituito come capitano generale da Giovanni Acuto passato al soldo di Perugia. Probabilmente in questo periodo, non sappiamo come, fu catturato dagli uomini della Chiesa e il 1 gennaio 1370 papa Urbano V scriveva al rettore del Ducato di aver ordinato a Trincia dei Trinci vicario di Foligno di non rilasciare dalle carceri senza speciale licenza il nobile Nicolò di Buscareto domicello senigalliese e crudele nemico della Chiesa (nobilem virum Nicolaum de Buscareto, domicellum senogaliensis diocesi, hostem sevum dicte Ecclesiae). Nei mesi successivi venne trasferito nella rocca di S. Cataldo di Ancona, dove finì i suoi giorni, come narra il cronachista anconitano Oddo di Biagio:  Et in fondo era una pregione terribile deputata per li segnori et altri gran maestri et rebelli. Ne la quale più anni stette legato Nicolò da Buscaretto….

Veniva meno così quello che era stato per un quarantennio il personaggio politico e militare di maggior spicco del Senigalliese, la cui statura va sicuramente oltre gli stretti confini locali, come testimoniano l’attenzione che gli dedicano i cronachisti del tempo e la stessa persecuzione di cui fu oggetto da parte della Chiesa.

                                                                                                                                   

                                                                                                                               

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