Quarant’anni prima che alle italiane fosse concesso l’accesso alle urne, nel 1906, mentre su slancio di Maria Montessori in tutta Italia nascevano comitati di suffragiste, 10 maestre marchigiane, all’epoca pioniere in un Paese di analfabeti, si iscrissero alle liste elettorali e Lodovico Mortara, giudice della corte di Appello di Ancona, non respinse la loro richiesta: non perché le ritenesse idonee a svolgere i “doveri forti” della politica ma semplicemente perché “quando la legge tace, non vieta”. All’epoca, infatti, il voto amministrativo era espressamente interdetto “alle donne, agli analfabeti, nonché ai pazzi, ai detenuti in espiazione di pena e agli imprenditori che hanno subito una procedura di fallimento”, ma per il voto politico bastava avere un’istruzione e il pagamento di un’imposta sul reddito di almeno 19,8 lire l’anno; e poi, recitava lo Statuto Albertino, “tutti i regnicoli sono uguali davanti alla legge”. Sui giornali scoppiò il “caso delle maestrine” fino a quando l’ennesimo ricorso mise fine a questa avventura, ricordata, in un racconto romanzato che è anche ritratto di un’epoca, da Maria Rosa Cutrufelli nel libro “Il giudice delle donne”

 

sebben che siamo donne, paura non abbiamo

 

INTERVISTA di Giuseppe Ciarallo – www.rivistapaginauno.it

Maria Rosa Cutrufelli è da sempre scrittrice particolarmente interessata ad affrontare le tematiche legate alla condizione femminile. Nel suo ultimo romanzo Il giudice delle donne (Frassinelli , 2016), ambientato agli inizi del secolo scorso, narra la storia di un sogno che fu possibile realizzare solo successivamente, a distanza di mezzo secolo: quello del diritto di voto alle donne. Il racconto ruota attorno a un fatto realmente accaduto nel 1906, quando dieci maestre marchigiane chiesero provocatoriamente l’iscrizione alle liste elettorali e il giudice Lodovico Mortara, con grande meraviglia e scandalo da parte di tutti, diede loro ragione.

Ciò che oggi sembra una cosa normale e scontata, alle coraggiose maestre marchigiane protagoniste del libro, donne che accesero la miccia delle rivendicazioni, costò sangue, sudore, lacrime e umiliazioni.

Dunque Maria Rosa, partirei dal titolo: Il giudice delle donne. Non credi che abbia spostato l’attenzione dalle vere protagoniste della storia, le coraggiose maestre promotrici della sacrosanta rivendicazione, a una figura certamente centrale nella vicenda ma in qualche modo solo consequenziale a esse? 

Ci ho pensato molto. All’inizio doveva essere solo un “titolo di lavoro”, provvisorio. E infatti, una volta ultimato il libro, avevo pensato di cambiarlo e di mettere al centro le maestre, le vere protagoniste del racconto. Ma poi ho capito che non era giusto: se quella battaglia, a differenza delle altre che le donne hanno combattuto in tutta Italia, ha avuto un esito positivo (anche se soltanto per qualche mese), è per merito di Lodovico Mortara. E’ lui, con il suo sì, che ha reso giustizia alle dieci maestre marchigiane, e dunque la sua figura rappresenta lo “snodo”, per così dire, di tutto il racconto.

A dettare il ritmo del racconto ci sono due personaggi “minori” in riferimento alla grande Storia: Alessandra, giovane maestra esuberante che ama sfidare i pregiudizi di una società a parole proiettata verso il futuro e il progresso, ma ancora ancorata a ideali vecchi e reazionari; Teresa, bambina che i drammi della vita hanno già trasformato in una donna, chiusa in se stessa, schiva, sospettosa di tutto e di tutti. Per entrambe, la narrazione che cuci loro addosso è una sorta di romanzo di formazione…

E’ vero, e infatti considero questo libro un vero e proprio romanzo di formazione, che racconta la crescita emotiva, ma soprattutto intellettuale e politica, di una giovane donna e di un giovane uomo all’inizio del Novecento, un periodo storico ricco di aspettative (poi andate deluse, ahimè, e nella maniera più tragica). Anche la bambina Teresa, a modo suo, diventa “grande” quando capisce che non può sottrarsi alla Storia, che ci attraversa e ci forma, nel bene come nel male. E’ a quel punto che l’emigrazione, ai suoi occhi, perde il carattere di “destino forzato” e diventa una sfida da affrontare con l’arma della speranza. 

Sullo sfondo, la scuola. Una scuola povera, con scarsi mezzi, in strutture fatiscenti e che in alcuni casi crollano. Sfogliando un antico dizionario mi sono reso conto che nell’Italia umbertina di fine XIX, dove grande è lo spavento per il crescere della conflittualità sociale, con i movimenti socialista e anarchico che chiedono giustizia sociale, lavoro e anche istruzione, quella della scuola obbligatoria era considerata un’idea irrealizzabile (perché si voleva che non si realizzasse) tanto da essere citata ad esempio nella voce Utopia nel Vocabolario della lingua parlata. Nuova edizione (Rugatini e Fanfani, G. Barbera editore, 1893). Vedendo la situazione odierna, pare che l’istruzione  (soprattuto se pubblica) non sia mai stata in cima ai pensieri dei nostri governanti, allora come oggi, anzi…

Sì, questo è davvero sconfortante. Mentre leggevo le cronache di quel periodo, mi stupivo per le tante analogie con l’oggi: il precariato, le sedi disagiate, la scarsa considerazione per il lavoro degli insegnanti, le aule fatiscenti, la mancanza di strumenti di lavoro adeguati…Non a caso Alessandra, la giovane supplente, protagnistadel romanzo, a un certo punto dice: “Che tristezza! Non capisco la negligenza dei nostri governanti: la pubblica istruzione non dovrebbe essere il vanto, il biglietto da visita dell’Italia moderna?”

Per scriverlo avrai passato ore e ore nel faticoso lavoro di documentazione. C’è una cosa che mi incuriosisce e forse tu mi puoi aiutare: la storia è ambientata nelle Marche nel primo decennio del secolo scorso, luogo ed epoca in cui il movimento anarchico era particolarmente forte e attivo. Hai avuto modo di capire come questo movimento (sapendo la posizione anarchica in merito al voto) si poneva nei confronti delle rivendicazioni delle suffragiste?

In realtà, al di là della posizione “ufficiale, gli atteggiamenti personali variavano…Per esempio, Emma Goldman era un’accesa antisuffragista (diceva che il problema, per le donne, consiste soprattutto nel liberarsi dai propri “tiranni interiori”), ma non tutte le inarco-femministe erano d’accordo con lei. Molte consideravano il suffragio come un importante passo avanti per l’espressione di sé. 

Oggi le elezioni sono diventate una farsa, i partiti non hanno più linee politiche e peculiarità proprie, il voto è diventato pressoché inutile in quanto si fa fatica a cogliere diversità di programmi ( e di moralità) tra i candidati, sembra premonitore il punto di vista del compagno sindacalista di Olga – una delle protagoniste – il quale in una delle ultime pagine del libro afferma che “il parlamentarismo è un fiasco colossale, che le democrazie e il voto in generale, non solo quello femminile, è ciarpame d’altri tempi” . Partendo da tali considerazioni, provocatoriamente, ti chiedo: è valsa la pena mettere in campo così tanto impegno e sofferenza per ottenere uno strumento così vuoto di significato?

Il voto, nelle nostre società, è il riconoscimento che si è “cittadini” a pieno titolo. Le donne sono “cittadine” da poco, pochissimo tempo…Prima eravamo soltanto delle “anime morte”, senza peso in alcun campo del vivere associato. E se la cattiva politica tenta in tutti i modi di rendere inutile il suffragio popolare, di svuotarlo o addirittura di cancellarlo, è perché non si tratta “semplicemente” di un diritto, ma anche di un “potere”. Un potere “negoziale”, come dicono i nostri giuristi più illuminati. E magari è per questo che ancora fa paura…

 

 

3 thoughts on “SEBBEN CHE SIAMO DONNE, PAURA NON ABBIAMO…

  1. Che forza interiore queste donne. Mi trovo perfettamente d’accordo con la scrittrice in riferimento alla situazione della scuola oggi.

  2. Gentile redazione, Vorrei segnalarvi un libro (l’autore è un senigalliese) , di Marco Severini ” Dieci donne, Storia delle prime elettrici italiane” liberilibri, Macerata. Le dieci coraggiose maestre di cui si parla nell’articolo sono cittadine senigalliesi e sono: Carola Bacchi, Palmira Bagaioli, Giulia Berna, Adele Capobianchi, Giuseppina Grazioli, Iginia Matteucci, Emilia Simioncioni, Enrica Tesei, Dina Tosoni e Luigia Mandolini, avevano un’età media di 28 anni, origini umili e intrapresero la loro battaglia nell’isolamento, derise dalla stampa conservatrice, ignorate dall’opinione pubblica.

    1. Gentile Carlotta, grazie per il tuo intervento e per averci fornito, nel dettaglio, particolari rilevanti. Di rimando, vorremmo noi segnalarti un articolo pubblicato nell’Eco cartaceo (che qui trovi negli Archivi) nel marzo 2011. Un numero speciale che uscì in occasione del 150^ Anniversario dell’Unità d’Italia. Un’intervista allo stesso Professor Severini, autore del libro “Le Marche e l’Unità d’Italia”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *