Ieri ho vangato per amore

O meglio: ho contribuito alla realizzazione di un pollaio annesso a un Istituto nella campagna bolognese. Ma per l’ente che tutela il lavoro non ho fatto niente. per lo stato italiano queste mani non hanno lavorato né ieri né mai. Il fatto è che queste mani (intese per metonimia come parti di un tutto che comprende anche la testa) hanno lavorato quasi sempre in nero. Per evadere il fisco? Non direi: piuttosto per permettere di farlo a chi mi dava lavoro. Allora per mettere in tasca qualche soldo in più? Ma proprio no: piuttosto per mettere in tasca qualche soldo in meno, pur che qualche soldo fosse. Ho fatto, e faccio tuttora, tanti lavori tutti precari. E’ vero: non faccio il parcheggiatore abusivo e all’interno dei confini nazionali non sono straniero, ma di fronte al lavoro sono sempre e comunque un clandestino. Eppure qualcosa ho prodotto; e poi per completare il ciclo ho consumato tutto quello che ho potuto, contribuendo in questo modo a sostenere il PIL; ho pagato tasse universitarie e studiato ininterrottamente fino ad oggi con ottimi risultati a giudicare dai voti, arricchendo – se non è presuntuoso dirlo – il potenziale culturale e civile del mio paese. Tutto questo grazie alle ordinarie risorse familiari. In questo senso mi considero nel trend: si stima infatti che nelle società moderne solo il 40-45% della popolazione percepisca un reddito da lavoro pagato: il resto vive del reddito di parenti, di patrimonio o assistenza sociale. Una maggioranza della popolazione presta più lavoro non pagato, ma socialmente utile e rilevante, che lavoro retribuito (Sepp Kusstatscher, un reddito per tutti/e.)

Così ieri ho vangato per amore

Che significa gratis nel gergo. Sarebbe motivo d’orgoglio per più d’una persona prestarsi gratuitamente per un nobile scopo – lo è anche per me in realtà -, se non fosse che io in vita mia non ho mai avuto un vero e proprio contratto di lavoro. Oppure una simpatica diversione dalla vita quotidiana, se non fosse che nei giorni precedenti avevo fatto la vendemmia per sette euro all’ora. Ma so di non meravigliare nessuno con questi argomenti, perché sono quelli di una generazione. Noi trentenni siamo la prima generazione compiutamente postmoderna – qui nel senso di “venuti dopo la modernizzazione economica e produttiva del paese”. Una modernizzazione che però ha reso benessere diffuso per poco più di una stagione ed è già profondamente in crisi. Noi stiamo lentamente consumando ciò che ne rimane all’interno delle casse familiari. Cresciuti con un livello di istruzione superiore mai così diffuso, e allo stesso tempo alla prese con la “fine” del lavoro per tutti, noi siamo, al pari degli africani immigrati, qualificati o no (molti africani parcheggiatori sono laureati), arruolati tutti nell’esercito di riserva del lavoro globale. Siamo tutti riservisti in età ancora giovane.

Ma poi, come va a finire il lavoro?

Bisognerebbe piuttosto dire fine di un tipo di lavoro: del lavoro salariato tradizionale, decurtato in tutti i settori produttivi e dei servizi. E fine dei vecchi contratti di lavoro, attraverso i quali è stato fatto “sparire” il lavoro. Fine del lavoro come diritto-dovere e fondamento di sicurezza economica. Perchè io ieri ho vangato, il che vuol dire che il lavoro c’è. Solo che non è pagato. Cosa manca allora? Da parte nostra forza ed intelligenza da offrire non sono meno di quelle delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno contribuito al benessere economico ( e per una stagione, forse, anche spirituale, ma non c’ero e non posso saperlo con certezza) di questo paese. Anzi, in presenza di molti stimoli, crescendo in un mondo complesso, l’intelligenza ne dovrebbe uscire stimolata.Da parte loro – del “mondo organizzato” – cosa? Possibile che il mondo dell’impresa, delle finanze, dei servizi, della cultura, della politica, dell’ambiente da risanare non abbia bisogno della nostra forza fisica, della nostra intelligenza? Possibile che nel migliore dei casi, sì, ne ha bisogno, ma non ci sono soldi per retribuirlo? Perchè tanti lavori “socialmente utili” non possono essere potenziati e retribuiti? Perché non balzano in primo piano e sono invece relegati al solo volontariato, alla carità o al servizio civile?  Quanto si spende per far fronte alle sempre più frequenti emergenze ambientali e sociali, causate da incuria e mancata tutela? Quanto perdiamo con la mancata tutela e valorizzazione dei beni culturale e ambientali che arricchiscono ogni regione e provincia della penisola? Quanto costano le mergenze che imprevedibili non sono? Cosa impedisce di impiegare giovani per gestire i territori, gli alvei, le campagne e le montagne? Pensate che non ce ne sarebbero? Quanto fagocita la protezione civile per rispondere a tutto ciò con la logoca dell’emergenza continua? E quanto si spende in antidepressivi, droga e assistenza sociale per far fronte ai loro effetti collaterali? Anche queste cose vanno messe in relazione alle possibilità e ai tipi di occupazione. Se il “mondo organizzato” non sa utilizzare il lavoro, non c’è motivo per cui possa dirsi tale.

In ogni modo io ieri per amore

Per cui oggi mi chiedo: in Italia ci sarà da fare qualcosa di utile oltre a fare gli eterni riservisti, oltre a farsi sfruttare come tirocinanti o apprendisti a oltranza in aziende che approfittano di leggi che permettono di non pagare il lavoro (o non lo impediscono) di ridurre i costi con contratti di tirocinio ad avvicendamento o che, nel migliore dei casi, si trasformano in contratti a prestazione (cosiddetti a chiamata, o voucher) a cinque o a sette euro l’ora? Questi contratti contratti vengono resi accettabili dal fatto che “il lavoro non c’è”. Nessuna soluzione migliore da accettare. Il tirocinio normato, sulla carta sembra uno strumento ideale per fare un’esperienza di lavoro dopo la scuola e per permettere ad un datore di lavoro di testare un lavoratore prima di assumerlo. La fregatura sta nel fatto che spesso, in assenza di adeguati controlli, una volta iniziati i periodi di lavoro molte aziende usano i tirocinanti come lavoratori a costo zero o quasi, da rinnovare con altri alla scadenza dei sei mesi. Questa purtroppo è una realtà molto diffusa e include aziende e negozi che, anche a Senigallia, lo applicano a mansioni che non richiedono nessun tirocinio. Radica qui la convinzione che il lavoro sia cosa che può non essere pagata, o pagata un minimo simbolico. La fine del lavoro è soprattutto la fine della retribuzione. Non molto altro.

 

                                                                                                                                        Nico Staffolani

 

 

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