Un vero capolavoro…da orologiai!

 

Ristretto liofilizzato di Storia neocastellana 

liberamente narrato da Cesare Spoletini, ex presidente del locale Comitato della Società Dante Alighieri

 

 

Nasce il ventunesimo Cantone della Confederazione

Le Pays de Neuchâtel per lunghi secoli conservò pressoché immutate le sue odierne frontiere, nonostante alcuni passaggi di sovranità feudale da questa a quella nobilcasa regnante: dagli Orléans di Francia agli Hohenzollern di Prussia, per tornare ancóra a quest’ultimi – restaurati nei loro legittimi diritti dal Congresso di Vienna – dopo la breve parentesi napoleonica (gen. Berthier).  Insomma: un territorio soggetto ad un’oligarchía patrizia, di aristocratici e alto-borghesi gravitanti nelle orbite dei primi, ancóra formalmente legata agli antichi schemi ormai bollíti e decotti del Sacro Romano Impero, protésa alla conservazione dei proprî secolari privilegî e superbamente disattenta all’evoluzione sociale dei suoi soggetti amministrati e delle loro crescenti frustrazioni; una classe dirigente tòrpida e alquanto refrattaria ad ogni seria innovazione politica strutturale, la cui unica liberalità si esprimeva, semmai, nel paternalismo. Federico Guglielmo IV, re di Prussia, “sovrano titolare” legittimato a sua stessa sorpresa su invito dei nobili locali in rottura dinastica, reputò opportuno e conveniente che il suo remoto principato occidentale aderisse alla Confederazione Elvetica, in ottemperanza (anche e soprattutto) al sofisticato piano di restaurazione e risistemazione dei territorî europei, propugnato dall’austriaco Metternich, dopo il ciclone napoleonico. Cosicché, il 12 settembre 1814, queste terre diventarono svizzere e, quello di Neuchâtel, il ventunesimo cantone confederato (poi seguirà, a ruota, quello di Ginevra, città-stato calvinista).  Un principato monarchico e venti cantoni repubblicani confederati? Un vero paradosso storico!  Non poteva durare:  e non durò.

Il primo infelice tentativo d’eversione avvenne nel 1831: finí súbito male e costò l’esilio a tanti patrioti neocastellani nelle vicine terre bernesi e vodesi, anch’esse confederate, ma repubbliche indipendenti. Anche nella penisola italiana, per non dir delle sue isole, il Risorgimento nazionale stava ribollendo, e molti patrioti d’Italia, proprio in quell’anno, pagheranno la loro ribellione con l’esilio o con la vita.  Ma… che c’entra il Risorgimento in questa storia?

Furono necessarî altri diciassette anni, affinché maturassero i tempi; poi, in pieno inverno, un vento caldo si levò dal Sud.  In gennaio, a Palermo, i siciliani si sollevarono contro i Borbone, ottenendo la tanto agognata Costituzione e la fine del regime assolutistico: a Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, e in tutti gli Stati della penisola italiana, si susseguirono freneticamente agitazioni e tumulti. Príncipi e monarchi, per evitare il peggio, concessero alla spicciolata ogni sorta di liberalità, reiteratamente negate prima. Palermo, insomma, fu la prima scintilla: in poche settimane s’incendiò tutt’Europa !

 

E successe il Quarantotto…

A Parigi fu rovesciato Luigi Filippo, licenziato a furor di popolo, e proclamata la Seconda Repubblica, con gravi ripercussioni in Germania e nell’Impero austriaco. La Santa Alleanza, ossia, il collaudato sistema di mutuo soccorso reazionario del principe von Metternich, dopo 33 anni, andò in frantumi ed il suo promotore, pontefice massimo del Congresso di Vienna e gran restauratore, dovette fuggire da questa città in una carretta di lavandài, acquattato sotto un mucchio di panni sporchi… Simbolico epilogo di un’intera carriera da conservatore e reazionario spesa, in fine, all’impossibile ripristino di anacronistici privilegî, al congelamento d’ogni significativa evoluzione sociopolitica, come se la Rivoluzione francese ed il quindicennio napoleonico fossero stati soltanto uno sgradevole incidente della Storia, un raccapricciante incubo di certe aristocrazie, da occultare e dimenticare. Le classi sociali emergenti, operose e insofferenti dell’inerzia conservatrice, ormai convinte del ruolo storico che competeva loro, avevano accuratamente soppesato il loro potenziale, in vista di affermarsi al potere, una buona volta.

In quell’anno, i patrioti neocastellani, da tempo già in fermento, politicamente pronti, non si lasciarono sfuggire l’occasione, e accelerarono gli eventi.  Le schiere rivoluzionarie partirono (a piedi) dai Monti neocastellani: dalla città di Le Locle e dalle alte valli vicine, nonché dal vallone di Saint-Imier, nel cantone di Berna, terra di rifugio dei profughi del 1831. Tutta la zona montana dei piccoli centri menzionati, costituiva l’ombelico dell’orologeria, in fase di rapida mutazione da artigianato a industria. Essa raccoglieva un’intraprendente borghesia industriale (rappresentata dal partito radicale) ed il proletariato meglio remunerato del mondo (sensibile alle novità socialiste e, piú tardi, anarchiche). Le truppe rivoluzionarie si adunarono a La Chaux-de-Fonds, maggior centro urbano e industriale montano.

Quel giorno, sotto l’insistente sferza della neve, un buon metro, e molta caduta durante la notte (a quei tempi non c’era l’effetto serra…), scavalcando a gran fatica le pur modeste alture giurassiche (quota 1200), esse marciarono affannosamente verso il capoluogo, distante 25 chilometri, decise a prendere il potere, o con le buone, o con la forza, ma súbito.  Notabili, borghesi progressisti, proletarî e agricoltori, tutti cittadini straordinariamente consapevoli, appartenenti ai comuni delle alte valli e delle due città orologiere montane, inquadrati da alcuni ufficiali delle guarnigioni militari acquisite alla causa, armati di tutto punto col materiale prelevato dagli arsenali, raggiunta Neuchâtel nel tardo pomeriggio, ebbero ordine di sostare in città, disciplinatamente, temporeggiando.

In quello stesso pomeriggio, alle quattordici, mentre le loro truppe popolari stavano ancóra marciando risolute verso Neuchâtel, i delegati dei Comitati rivoluzionarî si riunirono a La Chaux-de-Fonds per formare, a priori, il nuovo governo provvisorio della Repubblica: alle diciassette, questo, appena costituitosi, partí a cavallo verso il capoluogo: una vera corsa a cronometro.  Alle venti, al bagliore delle torce e al rullo dei tamburi,  i repubblicani iniziarono a salire per il poggio del castello, sede del potere: una ripida e corta escursione di soli trecento metri, ultimo preambolo al definitivo, ineluttabile, cambio della guardia. Su raccomandazione delle proprie autorità, al fine di non spargere inutilmente sangue, tanto ímpari sarebbe stata la lotta, il centinaio di soldati in difesa degli spalti, si dileguò, senza opporre una vera resistenza. Ciò costituí uno scorno quasi insanabile per alcuni ufficiali legalisti,  militarmente disonorati dall’imbelle decisione politica; ma tant’è, per non farci scappare il morto.

Infatti, il governo aristocratico, allarmato fin dal pomeriggio, si era segretamente trasferito dal castello e nascosto altrove, in città, portandosi appresso i sigilli di stato e gli averi liquidi del Tesoro. Esso, non essendosi arreso, né dimesso, permaneva ufficialmente in carica e quindi in diritto di esigere, secondo il Patto federale, la pronta intercessione sanatoria dei commissarî federali della Dieta elvetica, da Berna, ultima loro speranza di ristabilire l’Ancien régime, legale, contro i sovvertitori.

Alle ventuno, il governo rivoluzionario raggiunse le sue truppe, già in possesso del castello, e i nuovi ministri pubblicarono immediatamente un proclama: e fu repubblica. Era il 1° marzo 1848.

I commissarî della Dieta con sede a Berna avrebbero dovuto, quindi, accorrere e ristabilire lo status quo, intervenendo a sconfessare e reprimere i rivoltosi, manu militari, dichiarandoli fuori legge e comminando un’incursione delle forze armate federali per ristabilire l’ordine. Infatti, un simile intervento era già avvenuto, per altre ragioni, un paio d’anni prima, sventando la secessione dei cantoni cattolici di lingua tedesca, riuniti nella Lega particolare (Sonderbund).  Si noti bene, però, che i commissarî federali rappresentavano l’intera Confederazione, ossia: ventuno repubbliche e… un principato: quello di Neuchâtel, in rivolta, appunto.  Patti, o non patti… figuriamoci il loro entusiasmo nel soccorrere una monarchia !  Se la presero comoda, da Berna, sulla via di Neuchâtel (circa 50 km), concedendo, di fatto, ai rivoluzionarî il tempo necessario per “sistemare le antichità”  nel loro territorio… D’altra parte, un soccorso militare prussiano, allo sperduto principato svizzero in pericolo, si rivelava assolutamente impossibile a causa della distanza e degli avvenimenti politici europei in corso, piuttosto seccanti per qualsiasi monarchia del continente.

 

Les jeux sont faits, rien ne va plus

La mattina del due, dal castello, alcune salve di cannone salutano la repubblica. Il vecchio governo (ancora ufficialmente in carica) è in disperata attesa dei commissarî federali; ma viene scovato dai rivoluzionarî in una casa del centro, catturato, e tradotto su alla fortezza, a piedi, fra due plotoni armati.  Tutto il Cantone è ormai saldamente in mano repubblicana.  Per gli aristocratici la partita è proprio chiusa. E ben vengano i Federali, ora!

Infatti, la mattina del tre, alle dieci, finalmente anche costoro giunsero a salire, alquanto rinfrancati dall’esito, l’erta del castello.  Tutto era predisposto, quasi in pompa magna: ufficiali e soldati rivoluzionarî schierati, le autorità civili e politiche in tenuta d’apparato, aspettavano la visita. Alexis Marie Piaget, capo del governo provvisorio, li accolse pronunciando una storica e solenne sentenza : « La monarchia vi ha chiamati in suo aiuto; è la Repubblica che vi riceve » ! Non vi fu nulla da aggiungere: le istituzioni aristocratiche avevano chiuso, per sempre.

Una rivoluzione-lampo, incruenta.  La sola irreversibilmente vincente in Europa, nel Quarantotto! Nessun caduto in combattimento.  Nessun prigioniero politico, se non per qualche giorno di fermo in gattabuia. Un vero capolavoro… da orologiai !

 

Bicolore  o  Tricolore ?    La bandiera repubblicana del nuovo Stato di Neuchâtel.

L’Assemblea costituente repubblicana, nella sua quinta seduta, ascoltò la relazione della commissione delegata allo studio ed alle proposte della nuova bandiera cantonale; eccone, testualmente, alcuni argomenti :

« Bisogna respingere tutti i simboli degli antichi padroni di Neuchâtel: i colori di costoro ci furono imposti come affermazione di presunti “diritti signorili” sugli Stati e sui Comuni vassalli a loro soggetti, e non come vessilli adunatori di un popolo vòlto a fronteggiare in solido i comuni pericoli e le comuni avversità. Ognuno innalzava il suo, di stendardo, secondo il caso e le opportunità :  i Neocastellani non hanno mai avuto una loro bandiera nazionale, come riferimento proprio e unitario ».

Queste ragioni sgombrarono súbito il campo da ogni residua velleità di eventuale recupero di antichi blasoni araldici ereditati dall’Ancien régime. Soltanto la Città di Neuchâtel, mantenne l’aquila imperiale prussiana nel suo gonfalone comunale.  Fu quindi proposta una bandiera di foggia rivoluzionaria francese, a fasce verticali e tre colori:  il verde delle praterie e delle foreste dell’alte valli, protagoniste della Rivoluzione;  il bianco del manto nevoso adagiato sulle vallate agricole mediane ed  il rosso dei tralci viticoli lungo il litorale lacustre.   Alcuni rilevarono subito che simile vessillo era quello degli italiani in lotta contro gli Asburgo, dei patrioti repubblicani mazziniani e di quelli monarchici appoggiati dal Regno di Sardegna. Non sarebbe stato auspicabile un doppione, proponendo quindi l’alternativa piú elvetica di un bicolore bianco e rosso, come la bandiera federale; ma non convinsero.  Prevalse forse l’identità degli ideali repubblicani, la cordiale simpatia riscossa da quei patrioti unitarî della famosa espressione geografica evocata dal Metternich: dai Fratelli d’Italia del giovane Mameli,  finalmente in lotta corale contro i secolari soprusi dell’invasore straniero e dei suoi servi. Portàti ad esempio di riscossa in tutta Europa, essi godevano di schietta ammirazione nella Svizzera intera. Un certo Giuseppe Mazzini, massimo maître à penser repubblicano dell’epoca, aveva appena sparso certe idee per tutto il continente monarchico, proprio dall’Elvezia. È lecito credere che proprio in onore di ciò, l’insistente proposta del tricolore « italiano » prevalse, e fu approvata dall’Assemblea, con l’aggiunta d’una crocetta federale bianca sul lembo battente rosso, per distinguere l’appartenenza della nuova repubblica alla Confederazione elvetica.

 

Design moderno della bandiera quadrata neocastellana
(per adeguamento alla bandiera federale, tutte le bandiere svizzere, cantonali e comunali hanno dimensioni quadrate. Con la bandiera del Vaticano, sono le uniche al mondo ad avere tale foggia. Quando la Svizzera entrò all’ONU, nel 2002, il suo governo federale pretese e ottenne la sostituzione delle bandiere “sbagliate”, rettangolari, sui pennoni dell’istituzione…)

Italiani prima d’Italia !
In tema di sani sentimenti patriottici, identitarî (esenti da bècero nazionalismo), per tanti anni rimasti politicamente in disarmo, ma oggi finalmente rivalutati (com’è giusto e culturalmente auspicabile), segnaliamo l’ancor poco nota Società Italiana di Mutuo Soccorso  di La Chaux-de-Fonds, fondata nel gennaio del 1850!  Mancavano dieci anni ancóra per fare l’Italia, ma gli Italiani c’erano già ! Immigrati dal Veneto, dal Friúli, dalla Lombardia e dal Piemonte, per non parlar d’altri provenienti da piú remote regioni italiche, già si definivano liberamente « Italiani », ante litteram, e come tali si organizzavano, riscuotendo solidarietà e simpatia dai cittadini elvetici ospitanti.

Non fu per caso se proprio in questa città accaddero simili fenomeni sociali e politici che meriterebbero uno studio storico piú accurato: alcuni privati, italiani e svizzeri, hanno pazientemente raccolto interessanti documenti in merito alla storia locale dell’immigrazione italiana, sintetizzati nella trilogia dei “Bâtisseurs”: tre libri che raccontano la storia della comunità italiana, degli umili che hanno costruito, mattone su mattone, le due città orologiere assurte a patrimonio culturale dell’Umanità, sotto il patrocinio dell’Unesco (2009).

In occasione del 150° anniversario dalla sua fondazione, lo stendardo tricolore della Società (restaurato) ed il prezioso gonfalone di velluto ricamato, sono stati donati al Museo storico cittadino.

 

Le Pays de Neuchâtel
uno scrigno di meraviglie naturali, culturali e tecniche

Il Giura, antichissima cordigliera calcarea, tutta a gobbe boschive di faggi e conifere, profondamente incisa da gole impervie, tormentate dall’implacabile erosione delle acque, da Ginevra a Basilea, come un cordone di saldatura, unisce il territorio elvetico alla Francia. Fra queste due grandi città di frontiera, a metà strada, è sito il Pays de Neuchâtel, fantastico balcone affacciato  sull’omonimo lago e l’Altopiano elvetico, dinnanzi al maestoso sfondo alpino che ostenta le sue nevi eterne dall’Oberland bernese al Monte Bianco.
Le vette più alte del Giura  sono il Chasseral  e  il Chasseron. Curiosamente somiglianti per toponimo, toccano il cielo alla stessa quota: 1607 metri !  Esse inquadrano la topografia del Pays de Neuchâtel rispettivamente a nord-est e a sud-ovest.
Contiguo ai Laghi di Bienne (Biel) e di Morat (Murten), ai quali è collegato dai canali navigabili dello Seeland (antico habitat dei Celti della Tène, dalla seconda età del ferro); dei tre, il Lago di Neuchâtel è quello maggiore.
La fascia litoranea neocastellana, pedemontana, si estende per 30 chilometri ; il livello del lago sta a quota ~430.
La città di Bienna è bilingue; la sponda occidentale pedemontana del suo lago è francòfona, quella orientale germanòfona.
Tutti i comuni lacustri vantano un’antica tradizione viticola. Le vigne curatissime, ben esposte a sud, e le tecniche di vinificazione inappuntabili sono l’orgoglio di tante rinomate cantine, alcune plurisecolari.
Stupendamente pittoreschi, i borghi medievali, con le loro recenti ed attrezzatissime spiagge alberate, invitano alla sosta o a rigeneranti  passeggiate, a piedi o in bicicletta.
Già teatro di lavori e meditazioni per Jean-Jacques Rousseau, filosofo e naturalista  (esule da Ginevra, in questo Paese, durante alcuni anni), gli alti pascoli, i boschi, le pareti rocciose, le grotte,  le gole dantesche e il vastissimo lago, offrono  all’odierno e fugace homo turisticus un’impressionante ventaglio di attività da diporto, rapidamente fruibili. Allo sportivo agguerrito quanto al bucolico amante della natura, comodissimi mezzi pubblici (treni, funicolari, corriere postali, vaporetti) permettono di cambiar completamente scenario in meno di un’ora !
Quasi regolarmente fuori dagli arcinoti e classici circuiti turistici elvetici, questa stupenda regione passa sovente e purtroppo inosservata: Heidi non è di queste parti, e il Cervino non si vede. Ma sempre di Svizzera si tratta: di un’altra Svizzera.

 

Le città :

Neuchâtel :  capitale cantonale, mediamente a quota 500, ridente e luminosa Ville au bord de l’eau adossata ai pendii della montagna di Chaumont.
Città universitaria, vanta cinque musei:  d’arte, storia, scienze naturali, etnografia ed archeologia.
Il Castello, sede del parlamento della repubblica, con l’attigua Collegiata, domina i tetti del borgo antico, centro storico medievale.

La Chaux-de-Fonds :  capitale mondiale dell’orologeria, a quota 1000, è la città più alta d’Europa. Città mitica, patrimonio culturale dell’Unesco dal giugno 2009, si fregia del titolo di Metropoli orologiera. Vero prodigio della rivoluzione industriale dell’Ottocento, è oggi méta di laici pellegrinaggi: architetti, ingegneri, storici, artisti, umanisti, ivi convengono affascinati da quello che fu un laboratorio industriale e sociopolitico più unico che raro. L’economista Karl Marx, cita la città e il suo fenomeno industriale nel “Capitale”. Bakunin fondò la Lega giurassiana dei socialisti libertarî (ben presto definiti “anarchici”) a pochi chilometri, nella vicina Saint-Imier (cant. Berna); vi giunsero in “pellegrinaggio politico” Errico Malatesta, Andrea Costa, Carlo Cafiero, Giuseppe Fanelli, Ludovico Nabruzzi (Congresso di Saint-Imier, 1872). Lenin vi tenne un discorso alla Società operaia, durante il suo esilio svizzero. Il giovane Mussolini, ancora socialista, fu arrestato nella vicina Le Locle “pour vagabondage” (era un sans-papiers), poi vi lavorò come impiegato di un’impresa edile. Jules Humbert-Droz, figura di spicco del socialismo internazionale, fu il coordinatore di tutti i partiti comunisti fuori dalla Russia in rivoluzione, fino alla rottura con l’intollerabile Stalin. E, fra i personaggi piú antichi, il giovane e noto pittore romantico Léopold Robert (famosi i suoi dipinti dei “briganti” del Sud), innamorato dell’Italia e morto suicida (come “consueto” nel periodo romantico) a Venezia, ed ivi sepolto.
Forse non a caso, proprio qui sono nati gli ingegni del Corbusier, insigne architetto e urbanista e di Louis Chevrolet, fondatore dell’omonima marca automobilistica americana.
Tappa d’obbligo :  il Museo Internazionale dell’Orologeria (MIH), unico al mondo nel suo genere. Il Centro di esperanto, fra i piú importanti del mondo, dotato di una ricca biblioteca e autorizzato al conio d’inediti neologismi.

Le Locle : città di frontiera famosa per i suoi cronometri di marina, ospita Le Château des Monts, villa-museo dell’orologeria più raffinata. Per qualche tempo fu residenza di Christian Andersen. È sede di prestigiose e notissime case orologiere: Ulysse Nardin, Tissot, Zenith.

 

 

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