UN EPICO GESTO COMPIUTO DA 11 RAGAZZE DI MAROTTA

ACCADDE 100 ANNI FA

di Leonardo Badioli
“J’ai suivi, des mois pleins, pareille aux vacheries / hystériques, la houle à l’assaut des récifs, / sans songer que les pieds lumineux des Maries / pussent forcer le mufle aux Océans poussifs!
[Ho seguito per mesi i marosi che assaltano / gli scogli come madri e di isteriche vacche / e non pensavo che i piedi luminosi delle Marie / potessero forzare il grugno agli oceani imbolsiti.”]
Nel momento stesso in cui il veggente Rimbaud ammetteva la dimenticanza, imbastiva nelle sue Marie la metafora marina delle undici ragazze, e lo faceva quarantacinque anni prima del 1917. A cose fatte il vate D’Annunzio le osannò con versi epigrafici: «Picene di antiche origini eran / già nel mito dell’età primeva / ancor prima dell’evento che / le vide agli scalmi impavide / dominare la tempesta». A voi l’impiccio di assegnare la palma.Una ventina di chilometri più su, a cento metri da terra e a mezzo miglio dalla foce del Cesano, appoggiato su un fondale di tre metri d’acqua, il Faà di Bruno cercava di resistere alle onde. Il capitano Ildebrando Goiran faceva conto di frenare la deriva e stabilire un contatto con la terraferma finché ci fosse stata luce; ma all’ancora che aveva salpato in poco tempo s’era rotto il cavo mentre a riva inutilmente si sbracciava un numero crescente di persone. Solo verso il tramonto gli uomini della cannoniera riescono a filare una cima verso terra e, con l’aiuto di un certo marinaio Ghirardelli di Marotta, ad agganciarla con un ancorotto a una casa prospiciente la marina. Per un po’ l’imbarcazione resta ferma, sballottata tra gli schiaffi dei frangenti e gli strattoni della cima; poi, verso le dieci di notte, il canapo si rompe e il Faà riprende a scarrocciare, rallentato soltanto dal peso dell’acqua che ha imbarcato.I marinai faticano tutta la notte, tormentati dai frangenti, zuppi d’acqua, intirizziti dal freddo, per svuotare gli alloggi e i locali macchine; disperano però di riuscirci, e per precauzione sgombrano la cambusa delle cose necessarie, viveri, medicinali, fiammiferi, candele, e le riparano di sopra, nella camera di tiro. L’equipaggio è ormai tutto asserragliato là. La mattina seguente appare chiaro che sottocoperta ormai l’acqua è padrona; allora Goiran fa isolare i locali poppieri, dove tre cassoni sono quasi divelti; la marea che sale sommerge l’intera piattaforma e arriva a coprire la ruota del timone.

A giorno alto arrivano da Ancona gli artieri del Comando di Spiaggia, che si mettono a imbrigliare la cannoniera con ormeggi più forti, e finalmente riescono a bloccarla. I marinai sono stremati, ma non lasciano la nave perché il loro capitano non la vuole perdere; la gente del paese continua ad angosciarsi sulla riva: sono donne, anziani, bambini, perché gli uomini validi sono tutti al fronte; non possono far niente se non aspettare che la bufera cali; un’altra notte passa e il giorno dopo il mare non è più così tremendo, ma permane arrogante e il vento non dà segno di sgonfiarsi; in quella situazione intorno alle due del pomeriggio si vede da lontano sobbalzare lungo costa da Marotta e venire loro incontro una batana con chissà chi dentro. Il Capitano del Faà di Bruno è stato avvertito per segnale che gli faranno avere viveri per tutti, ma non gli hanno spiegato chi glieli porterà, e come: sono undici ragazze che remano con tutta la forza, e urlano come matte a ogni impennata della barca. Da terra riconoscono quella battana: è la Gigetta; riconoscono le soccorritrici: solo due di loro, l’Ersilia e la Maria, hanno intorno ai trent’anni; le altre non arrivano a venti e la più piccola, la Nella, ne ha appena tredici. Da riva non si vede che abbiano piedi luminosi, ma si vede che hanno confidenza con il mare, perché prendono le ondate di prua in modo che la barca rimanga in linea. Ildebrando Goiran le ricorderà una per una nel rapporto in cui racconta traversie e salvataggio della sua cannoniera: «Arrivarono al traverso del Faà di Bruno e, sempre a forza di remi, nonostante i frangenti rendessero difficile avanzare, accostarono la nave; giunte presso di noi sbarcarono alcune damigiane, cibi caldi e cestini di frutta, e a queste cose unirono un biglietto che diceva: “Le spose di Marotta offrono ai marinai d’Italia un bicchiere di vino.” Un atto coraggioso e gentile che tutti i marinai accolsero con battimani e grida d’entusiasmo; il giorno dopo la stessa imbarcazione ritornò sotto bordo e rinnovò il dono.» «Il gesto», annoterà il Comandante con ammirazione, «ci diede maggior forza per portare la nave a salvamento.»

Una storia di spose e marinai è di quelle che vanno cercando i rotocalchi degli anni di ferro; ma di questa nemmeno il patriota più fervente poteva immaginarne una più netta e pulita. Non la trascurano le autorità militari, alle quali può piacere un’avventura che finisce bene, gioiosa e incosciente, nel mezzo di una guerra che conobbe soprattutto morti: decidono di assegnare alle undici ragazze di Marotta una medaglia di bronzo al merito della Marina, con la motivazione: “Equipaggiarono una imbarcazione e riuscirono coraggiosamente, malgrado il forte vento e il mare grosso, a vincere i frangenti e rifornire di viveri una unità navale da guerra che trovavasi gettata alla spiaggia di Marotta dalla violenza del fortunale”.

A guerra finita, nel corso di una cerimonia allestita per loro nella piccola Piazza Trieste, le giovani donne ricevettero la decorazione. Sarà perché si vede il mare al fondo della via, questa piazzetta disuguale negli stili delle costruzioni ma così raccolta da apparire come un niente prezioso a fianco del tanto che si è costruito, è un posticino nel quale si viene volentieri; ed è appunto qui che andiamo noi per sapere cosa resta della vicenda nel ricordo della gente che ci vive.

Ho parcheggiato Klaus, il cane, per un istante, sono entrato nel bar e ho chiesto un caffè e un’informazione. Il Bar 83 è già piccolo per sé, e quasi tutto occupato dal bancone; poco pubblico, dunque, ma cordiale, due clienti che fanno colazione come fossero dentro casa loro in perfetta confidenza con il resto.

«Il caffè sono riuscita a farlo», ha detto la barista appoggiando sul banco la tazzina. «Adesso vediamo se le so dare l’informazione che le serve.»

«Bene», faccio io. «Ci sarà pure qualcuno che sa tutto delle undici ragazze di Marotta?»

«… e del Faà di Bruno?» ride lei per far vedere che conosce la faccenda. «Mario Ercolani. Ci vuole parlare? Le do il numero, ma non ce n’è bisogno perché lui è sempre qui intorno e se aspetta una decina di minuti…»

È una bellezza che in questi paesotti esistano questi compendii viventi dei saperi; un cultore di storie locali, nel caso. Meriterebbero migliore gratitudine. Mi siedo a un tavolino che si trova di fuori e cerco di indovinare la figura quando si presenterà. «Vedi?» dico a Klaus che mi guarda, «quelli che fumano almeno hanno un vantaggio: apprezzano per forza l’aria aperta.»

Fa freddo, non c’è dubbio, ma da quando la mia buona amica Bibi, che ha letto Tanizaki, ha detto che dovremmo imparare ad apprezzarlo, ho cercato di farmelo piacere. La letteratura può far molto di noi, a quanto pare.

Non l’ho riconosciuto; ma quando la barista me lo ha consegnato dicendo «questo è Mario», mi è sembrato logico che conciliasse nell’aspetto l’aficionado del bar con l’intenditore di cose marine; niente lupo però: piuttosto un husky, occhi azzurri vaganti sotto il berretto blu e un carattere cordiale per un uomo che tutti salutano con simpatia. Comincia a parlare delle undici ragazze e subito mi espone un cruccio, anzi due: lo sprezzamento che a volte si fa dell’episodio nel parlare comune e, all’opposto, l’enfasi deformante della celebrazione.

«Erano giovani e con i marinai avevano in comune l’età e una guerra da combattere,» così lui spiega il gesto, nel modo più diretto. «Hanno raggiunto l’altra metà del mare, e non c’è molto da sapere e ricamarci sopra».

Ha portato un dossier dove compare una fotografia delle ragazze scattata nel giorno del conferimento delle medaglie. Schierate in prima fila, ben vestite alla moda di quegli anni, col diploma nelle mani e la medaglia al petto, in piedi da sinistra a destra l’Ersilia Ginestri e la Maria Marinelli sposa Zampa, che sono le grandi; poi Emilia Portavia detta la Mirra, Elda Paolini, Erina Simoncelli con un ombrellino chiuso, e Giustina Francesconi, tutte sotto i vent’anni. Dietro loro, issate su un palchetto che le fa svettare, le altre ragazzette Portavia, in camicetta bianca: la Maria, l’Arduina, la Nella, la seconda Emilia e la Teresa Isotti, comprese in un’età che va dai 13 ai 17 anni.

 

Le 11 ragazze di Marotta che nel 1917 prestarono soccorso al Monitore “Faà di Bruno”. In questa vecchia foto sono riprese ad avvenuta consegna della decorazione di cui sono state insignite, ” Medaglia di bronzo al valor di marina”.

 

 

«Adesso le più giovani avrebbero cent’anni, ma qualche anno fa c’erano ancora, e ancora la Nella raccontava». Parlare coi nipoti è quasi inutile secondo Mario, perché avrebbero poco da dire oltre a quello che già sanno tutti.

«Ma non manca chi ci aggiunge del suo», faccio presente; «basta leggere le cose che hanno scritto nel cinquantenario. Guarda qua…»

Lui dà un’occhiata e sbuffa, perché il falso d’autore è fin troppo vistoso nell’articolo che leggo. Per cominciare, la località è chiamata «Porto Marotta». Mai sentito chiamarla in questo modo, se non altro perché questa frazione non ha mai avuto un porto; al tempo delle undici ragazze, come dice il giornalista, era «una fila di casette ognuna col proprio orticello e il piccolo giardino di gerani, dove la biancheria al sole arieggiava a un gran pavese». E fin qui ci può stare, le lenzuola sventolate come fossero bandiere. Ma quando si mette a riferire la vicenda il giornalista comincia a strombettare; perché sì, il paese «si è dilagato e ha pretese di cittadina balneare»; per fortuna, però, «come ieri e sempre, continua la sua vita patriarcale, dove salgono ancora, nelle ore più impensate, stornelli alla luna, al sole e all’amore». Ma va’ via. Nemmeno quando ero ragazzo ho mai sentito qualcuno che intonasse cose come «Fior di ginestra / tutta s’infiora la campagna nostra / quando Nina s’affaccia alla finestra». Nel 1967, anno in cui quel giornalista scrive, Eric Clapton aveva già smesso di spaccare le chitarre e Bebo Conti era leader indiscusso degli Shout, che suonavano al Maurizio Club e non certo gli stornelli di campagna.

E che è successo ai nomi? La Gigetta da semplice batana è diventata «un palischermo», espressione così inusitata che se avessero detto alle ragazze di salirci sopra, si sarebbero chiuse dentro casa. Per le stesse esigenze di copione Ersilia Ginestri è trasformata in Silvia Ginestra, in modo che da lei emani un più pieno profumo leopardiano. Alla povera Erina è capitato di peggio: con la semplice aggiunta di una enne il giornalista la trasforma in Erinna; la nomina sul campo capitana e poi, contro il suo stesso parere (oltre che contro la realtà dei fatti) la fa scendere dalla barca come fosse davvero una furia dell’inferno e non una ragazza di vent’anni, ancorché coraggiosa. «Erinna!», inneggia il giornalista nel suo pieno delirio parolifico, «ancor più mitico e simbolico il nome in quell’ora di disperato coraggio. Compiuta la missione, l’intrepida si getta in mare e raggiunge a rapide bracciate la spiaggia dipanando la sagola fino alla riva».

A buon diritto Mario si risente per simili travisamenti, perché questa è la sua storia e non permette a nessuno, ignorante o fanfarone, di sgualcirla e strapazzarla come più gli aggrada. Sull’intera vicenda del naufragio, da conoscitore, si permette di avanzare un’opinione, che se Schiaffino fosse stato il comandante del Luni, il Cappellini si sarebbe salvato.

«Cosa ha fatto il Luni nel momento più difficile della missione? Ha tagliato la corda, è proprio il caso di dirlo, e si è messo al riparo dentro il porto di Ancona mentre gli uomini del Cappellini inutilmente lottavano in mezzo alle onde».

«E i quattro incrociatori? Hanno detto che non potevano tenere il mare. Ma fammi il piacere, incrociatori che non tengono il mare. Facevano prima a dire che se la sono svignata.»

Non ho un’opinione personale a proposito del comandante del Luni, ma posso osservare che sui documenti il suo nome è eclissato e non compare mai; in quanto alla tenuta degli incrociatori, mi parrebbe di dare ragione alla critica di Mario. Ma, tornando al relitto, gli domando:

«Tu pensi che dovrebbero tirare fuori il Cappellini dal luogo in cui si trova sommerso?»

«Direi proprio di sì,» risponde lui. «I cannoni che montava, rigati, a nastratura d’acciaio, sono gli ultimi Vickers da 381/40 che siano rimasti. Dunque da recuperare».

Usciamo insieme dal bar e andiamo a visitare il monumento che hanno innalzato alle ragazze sul lungomare di Marotta. Appare affettuoso e quasi bello, – i monumenti di solito sono brutti e freddi – e facile da leggere nel suo significato: una chiglia di legno impennata in verticale e uno sbruffo di lamiera colorata di rosa che si arriccia simulando l’onda. La lapide, però, si è lasciata impressionare dalla furia paroliera del già detto giornalista: ormai la ragazzetta Erina sarà Erinna per sempre; o almeno fino a quando reggerà questo marmo.

 

La ricostruzione storica si concluse con il disincaglio del Monitore “Faà di Bruno” ad opera del rimorchiatore “Titano”, il 21 Novembre 1917. Dopo ciò, scortato e rimorchiato, si diresse al porto di Ancona dove, non essendo seriamente danneggiato, potette riprendere servizio ancorando nelle acque interne del Lazzaretto

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