Mario Logli tra memoria e mito

31 maggio – 3 settembre 2017

Urbino, Palazzo Ducale – Gradara, Rocca malatestiana – Senigallia, rocca roveresca

tra memoria e mito
Mario Logli, gioco di carte

 

Il Palazzo Ducale di Urbino, la Rocca demaniale di Gradara e quella roveresca di Senigallia dal 31 maggio accolgono le espressioni artistiche di Mario Logli. Dai dipinti esposti presso le tre sedi traspare con forza la poetica del suo linguaggio, colonna sonora della sua vita, che per la città ducale in particolare risuona del fascino dei paesaggi pierfrancescani e delle architetture rinascimentali della dimora federiciana.

Le radici del maestro sono impresse nelle sue creazioni che da sempre vedono protagonisti, oltre ad Urbino, l’illustre e storico territorio che la circonda, nonché le piccole e grandi realtà dell’intera regione Marche. Urbino resta comunque il perno poetico che riemerge nella sua utopia figurativa, emblema assoluto della bellezza, quella bellezza che l’artista ha sempre intensamente voluto salvaguardare e far conoscere al mondo intero.

Accompagnato da un ricco catalogo Logli ci condurrà in un viaggio, immaginario e reale, dalla memoria al Mito: un itinerario scandito dalle varie fasi che hanno contraddistinto il suo percorso artistico: dalle Architetture Ducali, agli Invasori, alle Isole Volanti. Urbino diventa così paradigma di una realtà disgregata che Logli vuole salvare dagli affronti e dalle violenze della Natura e dell’Uomo, deponendola, con un gesto di protezione, nel Mito, quando alfine le tempeste della (in)civiltà tecnologica saranno definitivamente inoffensive.

LA RAZIONALITA’ DEL FANTASTICO 

Analizzando l’opera di Mario Logli, vien fatto di pensare ad un romanzo utopistico scritto da Samuel Butler nel 1827, dove si narra di un certo Higgs, instancabile viaggiatore, che giunge nel lontano paese di Erewhon (anagramma di Nowhere=nessun luogo) dove ogni logica è ribaltata, pur mantenendo un proprio rigore.

Ebbene anche Logli ci appare nelle vesti di un viaggiatore approdato in una terra fantastica che è tutti i luoghi e nessuno. Le sue isole volanti si stagliano contro un cielo terso, luminoso e e sebbene abbiano i caratteri inquietanti di ammassi rocciosi dalle volumetrie compatte, sostano leggere contravvenendo a qualunque legge fisica, come fossero enormi semi portati dal vento.

Le isole metonimicamente richiamano l’immagine di pensieri fugaci, quali quelli che a volte ci suggerisce la memoria sotto la spinta di una forte emozione.

E la memoria estatica dell’artista torna al luogo d’origine: Urbino, crocevia del rinascimento di innumerevoli culture d’arte; città ideale, luogo privilegiato del sogno e della realtà.

L’immagine della cittadina marchigiana, ricorre sovente nei dipinti di Logli, arroccata sulla sommità di enormi massi vaganti, perennemente in fuga o alla ricerca di luoghi ove posarsi.

Nella levità del viaggio, sospeso fra cielo e terra, le sue isole sorvolano paesaggi di colline perdute in un orizzonte infinito, oppure mostrano la lacerazione lasciata sul terreno da un’improvvisa levitazione, allusione ad un viaggio che non avrà mai fine.

In alcuni dipinti la città di Urbino è sostituita dall’immagine di Senigallia, che si libra in cielo di fronte ad un mare stentato dal tempo, oppure viene rapita da una sorta di imbracatura che la trasforma in un ammasso roccioso, sottraendogli la leggerezza e la levità, necessarie al volo.

L’isola dunque non come approdo, ma come tappa di una ricerca interiore; e qui torna alla mente un libro molto conosciuto nel Rinascimento “La navigazione di San Brandano”, composto nel X secolo da un autore rimasto ignoto. Il racconto parla della perigliosa navigazione del santo, attraverso isole avvolte dalla nebbia, popolate da demoni e santi, isole staccate dal mondo conosciuto, metafore di luoghi della fantasia e della coscienza, della razionalità e dell’immaginazione.

In una serie di dipinti Mario Logli aveva puntualizzato una personale visione del mondo, sarcastica ed amara, già la titolazione: “Gli Invasori”, alludeva ad una sorta di drammatica sudditanza. L’ironia acre dell’artista identifica i presunti e minacciosi invasori, come agglomerati di residui e rifiuti della nostra civiltà, enucleando da una matrice pop, un visione affabulante di taglio fantascientifico.

Personaggi compositi, costituiti da lamiere contorte e residui meccanici si ergono come evocazioni malefiche, su terreni brulli e città morte, arrivando a minacciare l’esistenza stessa dell’umanità che li ha generati.

In queste opere il segno di Logli si fa pittura incisiva, grafia secca ed ossessivamente descrittiva; nulla viene risparmiato alla vista, la corrosione del metallo, la marcescenza del legno, la rugginosa colorazione che in alcuni casi si estende anche al paesaggio.

Ma la versatilità dell’artista non si ferma ad una sola fase espressiva, il gioco della rappresentazione viene spinto all’eccesso coniugando il vero, il falso e il verosimile.

Nelle nature morte il rorido splendore delle superfici è reso con un segno analitico e incisivo che scava l’immagine evidenziando rugosità ed increspature del frutto, dandone una rappresentazione di un realismo abbacinante.

In altre il gioco è condotto sul filo ironico della visione traslata, utilizzando moduli figurativi di stampo teatrale, mescolando frutta dall’algido colore marmoreo a frutta carica di sensuosa vitalità e freschezza.

A volte l’artista agisce su diversi livelli pittorici, con un uso sapiente dell’illusione prospettica; ribalta i piani, inventa profondità spaziali, dona consistenza ed equilibrio agli oggetti utilizzando registri rappresentativi mutuati da una profonda conoscenza della pittura quattrocentesca.

Appaiono in alcuni dipinti di Logli, sfondamenti paesaggistici, sorta di ovali aperture verso un compagno memore di antiche rappresentazioni rinascimentali, ma lo sguardo naturalistico viene debitamente negato da un gioco trompe-l’oeil, in cui gli oggetti in primo piano producono ombre sul paesaggio, riportandolo in un’ottica di pura rappresentazione.

In altre opere l’artista supera il dato meramente naturalistico, contrapponendo l’immagine alla sua definizione costruttiva.

Appaiono schemi geometrici, lettere, sigle e numeri, quasi a voler sottolineare che anche l’immagine più realistica è frutto di un impegno del pensiero, di una costruzione razionale, senza la quale l’opera non sussiste.

Ecco quindi un’esaltazione iconografica di labirinti, frammenti di figure geometriche, cataloghi di colori in una frenesia costruttiva che denuda il dato immaginifico, irrapresentabile senza la ratio del pensiero.

In una sorta di bric-à-brac da illusionista, ecco apparire oggetti di pura geometria accostati a frammenti di citazioni monumentali, accantonate in uno spazio al tempo fisico e mentale.

Il tutto è sottolineato da scritte di puro significante e numerazioni riconducibili ad un codice non decifrabile, noto solo all’artista.

L’estrema versatilità creativa di Mario Logli non conosce il limite pedissequamente stabilito dei “generi”, ma spazia in una totale libertà figurale, legata a nessun altro vincolo che non sia il senso della pittura e della poetica implicite nella sua ricerca.

                                                                                                              Maurizio Cesarini, critico d’Arte

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