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Alla libreria Iobook Simona Vinci e Annalisa Cegna

“Le nostre prime verità”

 

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La scrittrice Simona Vinci

Nei giorni delle Conversazioni Femminili (Venerdì 25 maggio alle ore 18,00 presso la libreria Iobook di Senigallia) l’argomento della contenzione tiene insieme gli studi di Annalisa Cegna (direttrice scientifica dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Macerata) sulle donne internate nelle Marche al tempo delle leggi razziali (razziste) e il romanzo di Simona Vinci, che si incentra sull’esperienza diretta di un manicomio-prigione in un’isola greca, negli ultimi anni del secolo scorso. E non solo in un’isola greca. Queste isole della sofferenza non erano tutte circondate dal mare. Grugliasco, per esempio, si trova alla periferia di Torino. Con quello, forse già a quell’epoca un relitto, o, forse meglio, una persistenza, Simona Vinci apre la sua narrazione. Perché “io sono italiana”, precisa, stroncando così sul nascere qualsiasi supponenza nostra per avere prima della Grecia aperto gli occhi sulla realtà dei manicomi, e aperto poi le porte. E legge. Il modo più diretto e istintivo per presentare un libro. Un libro è prima di tutto fatto per essere letto, prima ancora di parlarci sopra.

Vediamo intanto che il titolo, “La Prima Verità”, riscrive un verso di Gihannis Ritsos  – “Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume / Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza / È di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio”.

La prima verità precede l’inganno dell’istituzione e forse ritorna dopo la sua chiusura. Il ripostiglio del mondo, il mondo rovesciato, il disfacimento della persona nel corpo e del corpo nella persona.

“Leros è solo un posto emblematico”, continua la scrittrice, “e un caso internazionale scelto da medici francesi proprio perché lo fosse”. Antonella Pizzamiglio l’aveva fotografato. Anche Grugliasco, manicomio per bambini, era stato fotografato nel 1970 da Mauro Vallinotto e a Rivalta c’è una mostra in corso. Deriva psichiatrica, ma anche sofferenza psicologica. Chi è sano si ammala in manicomio. Prima di Basaglia”.

Attraverso la figura di Angela, Simona Vinci racconta tutto questo, e se stessa di fronte a tutto questo. Le chiedo se esiste un presente della storia di Leros. Non penso solo a Guantanamo e ad Abu Ghraib, ma ai tanti ritorni della violenza su popoli e persone che non ha nulla da invidiare ai forni crematori. Ci sono distopie contemporanee che considerano i lager alla stregua di quasi prove generali.

Annalisa Cegna ha un sussulto a questa idea paradossale. Simona risponde con un altro paradosso, una frase che, ha detto, le è cara:

“Certi ricordi vengono dal futuro. Nel tempo lineare certe cose accadono e poi non accadranno più; intanto però possiamo osservare una certa persistenza alle funzioni della contenzione nei luoghi che pure erano stati “bonificati” ai tempi della riforma Basaglia. A Torino per esempio adesso vengono raccolti, o ammassati molti migranti. In quale modo?”

“Come si può rispondere a un problema non risolto”, dico io per risparmiarle risposte troppo impegnative.

Ma lei non rinuncia: “Ci vogliono generazioni per capire Leros e i suoi isolani, per necessità di vita complici di un reclusorio di abbandono e crudeltà che non averebbe avuto fine se non con la morte di tutti i reclusi”.

I bambini sono stati spesso al centro della vicenda di scrittrice di Simona Vinci; dopo il primo grande caso letterario “Dei bambini non si sa niente”, c’è il viaggio in Sierra Leone dove esiste un centro di recupero dei soldati- bambini. Ma poi da loro si risale immediatamente alle madri e a una vasta connessione femminile: le donne internate non hanno nessuno cui lasciare il proprio figlio e lo portano con sé per non lasciarli soli. Nel reclusorio le donne partoriscono, abortiscono, si ammalano. Se la madre muore i figli restano soli in quell’ambiente insano. E l’ambiente è fortemente malsano: soprattutto tubercolosi. In tutto questo c’è l’ambiguità di chi è al posto di comando, generalmente uomini, affiancati da una donna a dirigere il reparto femminile. Le donne sono più esposte alle prevaricazioni; in molti casi, lo stesso internamento è frutto di prevaricazione o di occultamento di violenze e ricatti.

Dietro a lei che parla il suo bambino, Ettore è restato tutto il tempo paziente ad aspettare, finché adesso si stanca e con qualche calcetto fa presente che è ora di concludere.

 

L’incontro “Conversazioni femminili” è stato organizzato in collaborazione con l’Associazione Amarantos, con il Comune di Senigallia Pari Opportunità e il Consiglio delle Donne, in occasione degli eventi promossi dall’Università della Pace.

 

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A Rivalta fino al 10 maggio la mostra “matti, dall’emarginazione all’integrazione” con le fotografie di Mauro Vallinotto

 

Leonardo Badioli

 

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