La follia è una condizione così come lo è la ragione

In una giornata fredda invernale, ma con un bel sole alto in un cielo di un azzurro chiaro, mi sono diretta verso il casale dell’Associazione Primavera, in via Camposanto Vecchio a Senigallia, sopra l’ospedale. L’idea me l’ha data la visione del bellissimo film “Si può fare” di Giulio Manfredonia, che il cinema Gabbiano ha proiettato nelle sue sale (dopo il film, in una serata speciale, sono stati invitati tre degli attori protagonisti: Natascia Macchniz, Roberto Agostino detto Tony e Franco Pistoni).

Un film sulla malattia mentale, senza retorica, la rappresentazione di un sogno che si realizza. Un sogno di integrazione – tratto da una storia reale – di una cooperativa di malati psichici. Un’utopia resa possibile e raccontata con delicatezza, con un risvolto per alcuni eccessivamente ottimistico, con un quadro forse troppo aproblematico della malattia mentale. Un ottimismo forse cieco, ma sicuramente necessario come il pane, al giorno d’oggi. “Abbiamo provato anche noi – mi dice uno dei più attivi volontari dell’Associazione Primavera – a fare, come nel film, una votazione per alzata di mano, ma la prova non è riuscita”. Una bella favola, il film, colpevole – se proprio dobbiamo attribuirgli dei difetti – di una facile riduzione della complessità della malattia mentale. “La società continua ad aver paura della diversità. Il malato mentale viene ancora emarginato e nascosto anche dagli stessi familiari, che per pregiudizi e tabù esterni, ne hanno vergogna o lo tengono isolato, per proteggerlo”. Continuano a raccontarmi gli infaticabili operatori dell’Associazione. Emanano una certa sacralità, sarà dipeso, probabilmente, da una sensibilità segnata. “Sono problemi che si vivono in grande solitudine. Una vita difficile per chi ha in casa un malato psichico e comportamentale. La nostra specifica funzione è proprio quella di dare sostegno ai familiari. Per farli sentire meno soli. Abbiamo anche istituito un centro di ascolto, ogni quindici giorni, qui al casale, per i genitori (che spesso arrivano per ultimi alla consapevolezza della malattia del figlio, lo ha detto una mamma).

 

Qui, da noi, possono raccontare la loro storia e condividere la loro quotidianità. Ci sono figure esperte che li ascoltano. Insieme ci si aiuta, accomunati dalle stesse gravose difficoltà”. Tante complicazioni e tanta complessità si nasconde dietro il calvario di questi “uomini” invisibili e delle loro famiglie che per una patetico e desolante retaggio culturale ha associato alla follia l’idea di pericolosità. “Quando li vediamo in città, per strada, con i loro sguardi persi perché imbottiti di psicofarmaci, siamo ancora tentati di schivarli. Noi vogliamo inserirli in un contesto sociale, dove possano sentirsi utili, accolti, amati”. Scriveva Basaglia: la follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Dopo la sua rivoluzionaria Legge 180 del 13 maggio 1978, i manicomi vennero chiusi, ma a tutt’oggi, non sono stati fatti molti passi innanzi nella direzione indicata da Basaglia. Basaglia scopre che, restituendo al folle la sua soggettività, questi diventa un uomo con cui si può entrare in relazione. Scopre che il folle ha bisogno non solo delle cure per la malattia, ma anche di un rapporto umano con chi lo cura, di risposte reali per il suo essere, di denaro, di una famiglia e di tutto ciò di cui anche i medici che lo curano hanno bisogno (nessuno prima aveva mai parlato di parità tra medico e paziente).

Il folle non è solamente un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità. Trattato come uomo, il folle non presenta più una “malattia”, ma una “crisi”vitale che diventa permanente e definitiva se il folle, che si è perso nel mondo, viene al mondo sottratto. “Hanno bisogno di vita, solo così possono risvegliarsi” In che contesto di vita li inserite? mi viene da chieder loro. “Si sta tutti insieme, si fa la colazione insieme, si ascolta la musica, si chiacchiera, si fanno dei lavoretti (quando sono arrivata stavano attorno ad un grande tavolo che impachettavano cuffie da doccia e saponi mignon per “la Bottega dell’Albergo), si organizzano cene, feste, incontri di poesia, gite, in estate anche in barca con Soldini. Ora, in occasione del Natale stiamo preparando varie attività. Anche quest’anno avremo un nostro spazio all’interno del Mercatino di Natale. E’ un periodo delicato, perché durante le feste si avverte ancora di più la solitudine” Li ascolto con attenzione e penso che ci voglia tanto cuore per non perdere la fiducia nel carattere terapeutico della comunicazione e nella volontà di costruire una relazione sociale con questi uomini e donne abbandonati da una società che prima li ha generati e poi li respinge. Il casale è una bella struttura, accogliente, che tutti i volontari insieme hanno messo a nuovo, pitturando, montando tutti gli impianti, allestendola con gusto. Fuori c’è un grande giardino con un forno a legna. Mi hanno mostrato le foto di quando, con il bel tempo, si bivaccava all’aria aperta. Hanno immortalato momenti di allegria. E’ un luogo incantevole, dove si respira la forza e l’intelligenza del fare. Ho ancora in testa i colori delle pareti del casolare, ma mi viene in mente anche l’immagine di un carroarmato – perché la loro è una battaglia a tutti gli effetti – che passa sopra a tutta la disperazione, sempre compagna della follia. “Siamo tutti folli. Indistintamente. In questa sala non ce n’è uno sano, me compreso” Sono le parole di Franco Pistoni, alias il Sig. Ossi del film di Manfredonia. Non abbiamo risposte sui punti in base ai quali gli uomini decidono di stabilire le modalità del proprio relazionarsi nella società. E allora come possiamo distinguer ciò che è normale da ciò che non lo è? “Appunto”. Risposte, invece, dovrebbero darcele, chi sproloquia per professione sulla solidarietà, sull’integrazione, sulla difesa della diversità. Tutte belle parole che non hanno, spesso, rispondenza nei fatti. Un operatore dell’associazione, tra i più scrupolosi, certi fatti li conosce bene. Un esempio: La Legge 68 del 99 che ha come finalità l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro. “A febbraio incontrai Ugo Ascoli che mi promise di attuare alcune proposte. Arriva l’estate, Luglio e ancora nessuno della Regione mi ha contattato. Scriviamo una lettera. Risponde lo stesso Ascoli in Settembre e ribadisce le promesse fatte. Oggi siamo a dicembre e ancora nulla. Non si sa nulla perché nulla è stato fatto”. Continua con toni più accesi (deve urlare e dare voce al posto di chi non ne ha). “Le aziende, per la Legge, dovrebbero assumere il 7% di lavoratori disabili se hanno più di 50 dipendenti. E sa cosa ho scoperto? Tutte le Asl delle Marche sono scoperte come tutte le istituzioni governative. Nella nostra Asl mancherebbero 20 persone. Ne parlai con il Dirigente che istituì un bando per un’ assunzione. Chiuso al 30 maggio e non se ne sa più nulla. Questa è la nostra realtà. Tante cose funzionano, ma tantissime no…..” In sei anni l’Associazione ha lavorato molto. Grazie alla tenacia del loro operato se a Senigallia si è cominciato a parlare di malattia mentale. Hanno battuto duro e non smettono, continuano alacremente.

Avrebbero bisogno di maggiore aiuto. “Il Comune ci dà una cifra annua che ci serve per pagarci l’affitto del casale. Per dei progetti riceviamo dei contributi dalla Fondazione e dal Centro servizi del Volontariato e qualche volta riceviamo aiuti dai privati. Ringraziamo tutti i nostri sostenitori, ma per soddisfare tutte le richieste che arrivano, avremmo bisogno di ben altro” Costituirsi, come nel film, in cooperativa, per prendere contributi? “C’è un esempio vicino a noi che funziona. La cooperativa di Treia. Sono riusciti ad avere in comodato d’uso un’immensa struttura con un enorme giardino. E’ una realtà fiorente. C’è la falegnameria, l’orticoltura, i cavalli ed altre occasioni di svago e di attività lavorativa. Sono riusciti anche a vincere un appalto fuori città pur di dar loro lavoro. Si occupano della raccolta differenziata. Un esempio di vera integrazione concretizzatosi sulle spalle dei volontari. Noi siamo pochi e inoltre chi ha tempo a disposizione per il volontariato perlopiù sono pensionati e per mettere in pratica un’organizzazione del genere ci vogliono giovani. Poi, tramite la cooperativa si può ottenere l’intervento di assistenti sociali, operatori specializzati che vengono stipendiati…ci stiamo pensando. Se fossimo agganciati alle istituzioni potrebbe essere un obbiettivo raggiungibile”. “Il nostro rammarico è che non riusciamo ad arrivare dove vorremmo. Ma continueremo a lottare per i nostri ragazzi. Per dare loro tutto ciò che si meritano, niente di più di una vita dignitosa”. La prospettiva di una speranza, oggi è più che mai necessaria. Attualmente L’Associazione Primavera dà sostegno a circa 130 persone che soffrono di disagio mentale. Nel territorio ce ne sono almeno 800. Liberiamoli. Aiutiamoli. Con compassione, dal latino cum patire, condividere la sofferenza. Si può fare, si deve fare.

 

                                                                                                                                            Let. St.

 

 

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