FATTO IL PORTO NUOVO, IL FIUME NON LO DRAGA PIU’ NESSUNO

 

quattro passi nella storia dei porti fluviali dell'Adriatico

 

IO E IL MIO CANE

di Leonardo Badioli

Scrive il “Pilota pratico” che, durante la famosa Fiera, il Misa poteva accogliere fin dentro la città centocinquanta bastimenti di 120 tonnellate a pieno carico; cosa che a guardarlo adesso ridotto a un rigagnolo non è possibile nemmeno immaginare. Da che esiste la pratica di mare, le foci dei fiumi sono sempre state porti, soprattutto se il fiume sfociava nei pressi di una città o dentro una città, come a Rimini, a Pesaro e anche qui da noi. Ma questi porti, in mancanza di grandi estuarii, avevano due incomodi: uno ricorrente, le piene improvvise, e uno costante, l’interramento dell’imboccatura. Con le prime c’era poco da fare, la piena quando arriva arriva e, stretta tra due argini, porta via tutto quello che trova; ma quei banchi di sabbia e ghiaia che si ammucchiano sull’imboccatura furono una prova cruciale dalla quale nessuno, per quanto abbia fatto, uscì vincitore. Se mai metamorfosi c’è stata, è avvenuta alla foce del Misa. Le modifiche recenti hanno sdoppiato il porto-canale, il porto da una parte, il fiume dall’altra, non più comunicanti e ciascuno con una propria imboccatura. Quello che non si era fatto in tre millenni è stato fatto in meno di tre anni.

In questo modo i moli diventano tre, e gli Amici del Molo di Ponente, che qui hanno un capannino per i loro incontri, tra poco si
ritroveranno Amici del Molo di Mezzo. Per tutta la mattina abbiamo fatto posta nell’attesa che qualcuno arrivasse per aprire; senza però annoiarci per le tante memorie che si trovano addossate al capannoni – quattro pali di quercia tratti dal porto canale che risalgono alla fine del Seicento; due ogive di proiettili lanciati dalla flotta austriaca all’alba del 24 maggio 1915 contro la città; un campanaccio col battacchio a corda; una meridiana che se ne frega dell’ora legale; – sentendoci anzi nel perimetro di casa nostra adesso che tu hai marcato, piscione che non sei altro, l’ancorotto che sta ai piedi del pennone da bandiera e un angolo della lapide poco discosta.

Ricopio: “La Fratellanza del molo di ponente / ricorda / a quanti si
fermano qui / i pescatori senigalliesi / e i naviganti di questo porto
/ scomparsi in mare / per dura necessità di vita / 1 giugno 1985”.

Evita però di ricordare le male parole che avranno pronunciato questi uomini di mare ogni volta che dovevano centrare l’ingresso del porto-canale navigando a vela. Fior di studiosi ci si erano scornati, perché all’imboccatura, dove sempre il “Pilota pratico” scriveva che l’acqua è profonda cinque o sei piedi alla bassa marea, a volte se ne trovavano soltanto due o tre, che sono 80 o 90 centimetri. A voglia il grande Antonio Mollari architetto e ingegnere marchigiano a far dragare il fondo: il fango continuava ad abbancarsi e la macchina dell’escavo spesso si rompeva. Tutto questo a metà Settecento.

Veramente qualcuno – un filosofo e matematico veneziano in questo caso – aveva già proposto di deviare il fiume, senza però ottenere il consenso per l’opposizione scettica della nobiltà; piuttosto – dicevano altri – si potrebbe restringere l’alveo e innalzare le sponde per dare profondità per il galleggiamento.

La via che poi s’è scelta è stata quella di allungare i moli. Per questo ogni volta che veniva Iano Planco, di solito in occasione della
Fiera, rimorchiava qualche amico – il preferito era il marchese Giulio Carlo Fagnani per l’alta qualità di matematico – per fare quattro passi fino al mare e farsi dare ragione sulla sua teoria che i moli andassero allungati.

«Vedi?», insorgeva con aria di sfida il genietto provinciale riminese, «a Senigallia avete fatto questa scelta e giustamente ne siete
contenti. A Rimini invece quel Battarra, che pure era stato mio alunno, vuole che si faccia una cicloide al nostro porto-canale».

«Una cicloide? Ah ah ah! Vuole che si faccia una cicloide?»

E giù risate sul conto del Battarra. Non per nulla Fagnani era uno che sapeva tutto sulle cicloidi e sulla lemniscata.

Ma a Rimini tirava un’altra aria. Anche lì qualcuno già da tempo aveva proposto di sdoppiare il porto dalla foce del fiume Marecchia; e anche lì inutilmente. Piuttosto si tentava di farli convivere con qualche accorgimento nello stesso letto. E siccome l’idea prevalente era che la quantità e la velocità del deflusso avessero la capacità di spingere il trasporto solido più al largo, ognuno pensava al modo di rendere lo scorrimento dell’acqua più veloce.

«Bisogna condurre il canale per una curva equabile», indignava il Battarra, «non mai prolungare i moli; perché per un arco di quarto di circolo l’acqua si muove più velocemente che per la corda sottesa, e questo non l’ho detto io, l’ha detto Galileo!»

E poi, imbufalito che quelli del comune gli avessero cambiato il progetto al solo scopo di rovinargli la reputazione: «Sono
ignorantissimi, lavorano male e buttano via i soldi».

Terzo incomodo viene l’architetto – ma quale architetto: agrimensore! rosicava il Planco – Serafino Calindri da Perugia, che si trovava lì per sistemare il catasto. «Non è stato, non è, e non sarà mai un buon porto quello che sta alla foce di un fiume», ha dichiarato in modo perentorio. «Rimedi? Prolungare i moli no sicuro».

«E allora? Ci sarà pure un modo…»

«Il modo lo so io come si fa, ma senza incarico non giova parlarne».

Ottiene l’incarico. Poi spiega: «Serve l’espurgazione».

Iano Planco di nuovo si risente, a mezzo stampa stavolta:

«Tutto questo mistero per vendere la sua aria fritta».

La città non sa più cosa pensare. Viene fatto venire da Roma il rinomato gesuita Boscovich perché dia un parere orientativo. Lui è matematico, fisico, astronomo e geodeta. Iano Planco lo va a prendere in carrozza per mostrargli come questi incompetenti hanno ridotto il porto. Però non funziona: il dotto gesuita non si fa sviare. «Nessun prolungamento dei moli. Ci sono cinque modi per rimediare al continuo interramento. Ve li elenco in modo problematico». Cioè senza indicare quale più conviene.

I Deputati del Porto però hanno bisogno di risolversi in qualche modo, e tornano a chiedere a Planco che allora dica lui cosa si deve fare.

«Consolidare gli argini e allungare i moli. Quel Calindri mette solo zizzania e produce confusione».

«Ma anche questo Planco, se vogliamo: non faceva il dottore?» commenta in città chi non l’ha in simpatia. «Adesso i medici guariscono anche i porti?»

«Ah, ma io ho scritto un libro sul moto ondoso».

E subito Calindri:

«Il libro di Planco sulle onde? L’ho letto. È carta da sardelle».

E dunque si procede con l’espurgazione, che vuol dire rimuovere i banchi di sabbia che ostruiscono l’accesso. In trenta giorni,
“lodevole effetto”, lo sbocco in mare è del tutto liberato. La critica però non è contenta: quanto ci mette adesso il fiume a riformare il banco? Il lavoro deve essere risolutivo, altro che espurgazione dalle sabbie.

Ormai l’aria si taglia col coltello. Allora il governo cittadino, nel tentativo estremo di mettersi sopra le fazioni, fa venire da Roma due illustri matematici, Jacquier e Laseur, religiosi anche loro ma di un altro ordine, che affianchino Boscovich nel parere.

Stavolta è il gesuita che si indigna. «Ma questi che esperienza hanno di sabbie e di porti?» E scuote la testa: «Mi sa tanto che questa fava non si cuoce».

I due però emettono subito sentenza: «Inutile e pericoloso allungare i moli».

Dopo un lungo tira e molla, alla fine si decide per Calindri. Il quale non rinuncia al suo trionfo:

«Quando Planco lo verrà a sapere, si darà a studiare le bertucce».

Mai cantare vittoria troppo presto, però: i soldi sono pochi, la stagione brutta, l’intervento interrotto, i pescatori infuriati; e il
malcontento cresce finché non arriva all’orecchio del vicedelegato papale che dopo tanta attesa e dopo tanta spesa – vero o falso che sia – le barche non riescono a uscire dal porto. Di fronte alla rivolta, la Congregazione del Porto decide finalmente che la soluzione ideale sia allungare i moli, con incarico a Planco.

«Li accontentano con poco», borbotta un Calindri per niente rassegnato; ma non passa un mese che è costretto a scampare perché pescatori e marinai hanno fatto venire il brigante Brugiaferro, uno che col sangue del perugino, ha già detto, ci si vuole sciacquare le mani. Torna a Rimini per riprendersi le robe sue, ma gli tocca girare con la scorta. In ogni modo a un uomo così – “pochi soldi ma buona salute, poco tempo ma tanto da fare”, quale lui si descrive – non è andato a male niente, avendo avuto da due mogli trentacinque figli e, due volte vedovo, essendo riuscito a diventare parroco del paese suo.

Frattanto a Senigallia c’è stata una gran piena, le acque del Nevola e del Misa congiunte si sono aperte un varco verso il mare in direzione del Borgo di San Sebastiano, tanto che si è deciso, una volta passata la fiumana, di confermare il nuovo ramo, il Cavo Penna, perché faccia da scolmatore del fiume in modo che le alluvioni non danneggino più il porto. Tra gli esperti che vengono consultati c’è anche il Boscovich; chissà che non si sia compiaciuto nel vedere che nemmeno l’allungamento dei moli era riuscito a impedire che le sabbie tornassero a ostruire l’accesso al porto.

Caro Klaus, abbiamo un debito per questo racconto. Con Google, e dietro a Google con Antonio Montanari che carica storie riminesi, e con Elisa Debenedetti che racconta un pezzo di storia del porto di Senigallia.

Ma ecco che arriva qualcuno, mette giù la bicicletta, dà un’occhiata intorno, infila a chiave e apre il capannino; e dopo lui uno alla
volta, i vecchi pescatori, i vecchi marinai, i vecchi addetti alle operazioni portuali, i vecchi e basta, insomma una decina di figuri
che avranno un’era media più alta della nostra, Klaus, anche perché il più sornione di loro, Elio Marchetti, coi suoi oltre novant’anni ci mette del suo per elevarla.

Cordiali lo sono di sicuro, si accomodi, qui sono tutti benvenuti, ah, conosceva il professore, e poi inscenano la loro commedia dell’arte quotidiana, dove agiscono maschere fisse, il comico, il giovane, il sardo, il riflessivo e, seduto a gambe larghe come un benevolo capotribù, l’eclettico Elio. E a noi non rimane che ridere con loro. Solo per un momento, sospirosamente, in una pausa tra una scena e l’altra, guardando l’imboccatura del porto ormai completamente ostruita da un’isola di sabbia e ghiaia, «Non avrei mai creduto, tanti anni che ci vengo tutti i giorni, che sarebbe finita in questo modo. Fatto il porto nuovo, il fiume non lo draga più nessuno». Anche perché a nessuno gliene frega niente: basta un po’ di fiumana che porta via tutto.

2 thoughts on “QUATTRO PASSI NELLA STORIA DEI PORTI FLUVIALI DELL’ADRIATICO

  1. Caro Leo,
    sei sempre carico di ottimo humor e quando scrivi storie come questa – che tutta la città dovrebbe conoscere e … meditare! – provo un vero piacere a leggerti e a scoprire piccole storie, ma vere, di problemi da secoli irrisolti a Senigallia e dintorni. Complimenti!
    Giuseppe Santoni

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