di Andrea Marinelli

Da una delibera dell’autunno del 1882 conosciamo la storia di Camillo Galassi, custode della Torre del Porto, quando Porto Recanati era ancora territorio di Recanati.

Arrivato alla «grave età di anni ottantasei», Camillo, ormai stanco e provato dagli acciacchi, presenta al Comune la richiesta di essere messo a riposo. Per una vita aveva avuto cura dell’orologio della Torre e dei suoi rintocchi, oltre che del suono della campana delle scuole e del segnale delle «ore due di notte». Aveva, in qualche modo, custodito il ritmo delle giornate, seguendo il lento e inesorabile passare delle ore.

La Giunta municipale, riunitasi «a pienezza di voti», riconosce il servizio prestato e propone al Consiglio di concedergli il meritato riposo insieme a una regalia, «per una sola volta», di 25 lire: un gesto di gratitudine e di sostegno per l’anziano servitore della comunità.

Ma la delibera racconta anche cosa sarebbe accaduto dopo. Non si parla di bandi o di selezioni, cosa giustamente impensabile ai nostri giorni. A raccogliere il testimone di Camillo sarà il figlio Sergio Galassi, al quale, su suggerimento dello stesso padre, viene affidato provvisoriamente l’incarico di moderatore dell’orologio e custode del suono della scuola, con uno stipendio annuo di 88 lire e 52 centesimi. La richiesta iniziale prevedeva 120 lire, cifra poi ridimensionata nella delibera ufficiale. Una successione familiare presentata con naturalezza, quasi come la soluzione più semplice e conveniente per garantire continuità al servizio.

È una piccola storia, ma restituisce bene il respiro di un mondo ormai lontano. Quando Porto Recanati era ancora parte del territorio di Recanati, la Torre del Porto e il suo orologio erano affidati a persone che, giorno dopo giorno, ne garantivano il funzionamento e i rintocchi.

E così, dietro quelle lancette e quelle campane, ritroviamo due generazioni della famiglia Galassi.

Camillo, che dopo una lunga vita di servizio chiede finalmente di fermarsi, e Sergio, pronto a raccoglierne il testimone. Il tempo, che Camillo aveva custodito per tanti anni, continuava così a scorrere, passando da padre a figlio.

Una piccola storia recanatese, rimasta per decenni tra le carte dell’archivio, che oggi torna a farsi raccontare.

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