Miss Sarajevo
La Biblioteca nazionale, simbolo di pace e di cultura, crollò sotto le bombe. Dopo ventidue anni è stata riaperta

 

Miss Sarajevo

In guerra si continuava a giocare a scacchi. Ancora oggi, nelle piazze

 

MIss Sarajevo

Gli edifici hanno ancora i segni delle cannonate

 

Miss Sarajevo

 Le lapidi sono ovunque, in alto in basso, Gojko, Anka, Aska, Jovan, Slobodan, alcune senza nome, storte. Tutte uguali, bianche 

 

Sembra di attraversare il mondo. Il mare lo lasci alle spalle, poi i covoni di fieno come donne che lavorano la terra ad indicare la strada verso le montagne. Qui le hai intorno, a circondarti i pensieri, dolci, come il baklava di miele e frutta secca, ma crudeli. Gli sniper, i cecchini, sparavano dalle cime, senza mira, a caso, le anime volavano. Sarajevo ti accoglie così. Meravigliosa e tormentata. Entri con rispetto perché la Guerra te la porti con te, scorre ancora ovunque sulle acque del Miljacka. Pensi ai corpi magari buttati nel fiume, morti. Ai loro ultimi attimi. Nada, nada, immagini gridare. Speranza, aiuto, vienimi a cercare. Preghiere ad invocare Allah, Gesu, Maria, Maometto, ma che importa, basta che qualcuno li salvi. Povere anime dentro una guerra. Poi, ti si profila una serie di ponti e qui, pensi, che invece di unire separano. Come più di venti anni fa, da una parte la Sarajevo libera, dall’altra la Sarajevo assediata. Nel 2012 si è celebrato il ventennale. Passato quasi inosservato, segno di quanto sia corta la nostra memoria storica. In realtà la guerra dei Balcani all’altra Europa non ha importato mai. Forse per paura – ci si rispecchiava –  o forse perché qualcuno ha deciso così, facendocela passare per guerra interna, tra pazzi che si uccidevano fra loro. Dalla stessa radice c’è la parola che più di tutte assordava in tempo di guerra. Paz. Paz. Paz ovunque. Paz Sniper. Attenzione Cecchini. E comprendi che l’unica pazzia era solo quella di riuscire a vivere anche dentro quella strage di innocenti. A Sarajevo si continuava a giocare a scacchi, a danzare, a fumare, ad andare a teatro. Le donne prima di uscire mettevano il rossetto, alla faccia di quelli che miravano da sopra, dall’alto. Contro gli avversari, l’unica arma era la costante difesa della normalità. “Corri che sparano” “No, non troppo. Fanculo agli uomini invisibili”.  

Come hanno fatto questi bellissimi “pazzi”, se anche i bambini morivano mentre giocavano in strada, se le donne venivano uccise mentre erano in fila per il pane? Lo vedi ancora quel coraggio a sfidare cogli occhi la stronza guerra, quella dignità testarda di non essersi arresi, anche seduta in un bus, che magari ferma a Bascarsija, dove c’è un chiosco con al centro una fontana che sotto la luna è uno spettacolo unico. Mentre li vedi aspettare pensi al tempo che li ha separati dalla pace. Mir. Mir. Lo vorresti urlare. Mentre le donne venivano stuprate, massacrate nel corpo, andava in scena Miss Sarajevo. Don’t let them kill us. L’effimero che si trasforma in un segnale di forza, l’ennesimo per sopravvivere. Don’t let them kill us. 

Ti dicono che Rat je najgora stvar na svijetu (la guerra è la cosa più brutta al mondo) e tu pensi che sia anche la più assurda. A Sarajevo se stai in silenzio senti cantare le cicale, sembrano suonatori di gusle, come a dare voce alle migliaia di vittime. Le lapidi sono ovunque, in alto in basso, Gojko, Anka, Aska, Jovan, Slobodan, alcune senza nome, storte. Tutte uguali, bianche. Perché la morte non fa distinzioni, non ha colori, religioni. La lingua parlata è la stessa, anche se la chiamano bosniaco, serbo e croato. Quando parlano si capiscono. Perché sono arrivati ad ammazzarsi come se non si fossero capiti mai?

Gli edifici hanno ancora i segni delle cannonate. Case incendiate, sventrate e non ricostruite. I Sarajeviti non hanno smesso di abitarci. In terra le “rose”, le granate ridipinte di rosso. Il sangue di più di diecimila civili. Il dolore è sempre acceso, come la Fiamma Eterna. Non sono riusciti a seppellirlo, il dolore, nelle tante trincee che scavarono. A Butmir in quattro mesi e quattro giorni furono in grado di scavare un tunnel di 700 metri per collegare la Sarajevo assediata da quella libera. Centinaia e centinaia di uomini, donne, bambini lo attraversarono carichi di viveri, vestiti, benzina. Carichi di qualunque cosa potesse servire alla vita. Qualcuno ha scritto che, nonostante tutto, riescono a parlare con la pace nel cuore. E’ vero. Non c’è più rabbia, seppellita tra le macerie. Passeggiare nell’affascinante Sarajevo in Grbavica, Vraca, Skenderija (quartieri costruiti all’inizio degli anni ottanta per l’espansione “olimpica) è un’esperienza da provare. Moschee, Chiese, Sinagoghe nella stessa piazza. Sembra la città più laica e multiculturale d’Europa. Nonostante le pulizie etniche e le semplificazioni occidentali, le tre etnie ancora convivono. Testarda e meravigliosa Sarajevo.

                                                                                                                                                         Letizia Stortini

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